Retorica e violenza

Pace01

Ieri sera 5 consiglieri non hanno partecipato ai lavori dell’assemblea comunale. Dopo aver richiesto di sospendere la seduta per rispetto ai militari uccisi nell’attentato di Kabul, la minoranza di centro-destra, visto il rifiuto del sindaco, si è alzata e ha abbandonato l’aula.
Sia dai banchi dell’opposizione di centro-destra sia da quelli della maggioranza – dall’assessore Vincenzo Salvatorelli in particolare – si sono sentite le solite retoriche parole contro il “vile attentato”, a ricordo dei “nostri giovani caduti nell’adempimento del loro dovere”, a sostegno della democrazia che le nostre forze armate cercano di esportare “in quelle terre martoriate dalla violenza”.
Ma siamo così certi che la logica che comanda la demente mano dei talebani afghani contro i contingenti stranieri – e i civili – sia così differente da quella che comanda la mano dei nostri soldati in missione? I poveri morti di ieri possono essere degnamente commemorati e pianti senza affermare con coraggio che la violenza, qualsiasi tipo di violenza, non potrà mai essere risolutiva dei conflitti tra gli individui e tra i popoli?
Era l’ottobre del 2001 quando un gruppo di cittadini sfilò per le strade di Gemona per affermare l’insensatezza e l’immoralità del conflitto afghano. In silenzio. Portando uno striscione con su scritto: “Cuintri il scûr de vuere la lûs de pâs”. Sono passati 8 anni. Siamo ancora immersi nel buio.

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