Il fine della fine

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Politica, etica, scienza, medicina, diritto, coscienza personale. Tutte queste sfere sono chiamate in causa di fronte alla complessa questione del «fine vita» e sarà proprio nell’ottica del confronto ampio e dell’approfondimento che, nell’intera giornata di domani, domenica 6 dicembre, si svolgerà a Udine, presso il Teatro Nuovo «Giovanni da Udine», il convegno «Scienza, religione e società di fronte alla questione del fine vita».
L’argomento, attuale e drammatico, verrà affrontato da prospettive differenti: medico-scientifica, etica e legata alla sfera del diritto, religiosa. Dalle ore 15, in particolare, il dibattito avrà come protagonisti rappresentanti di diverse fedi e confessioni (cristiano cattolica, evangelica battista, induista, islamica, buddista ed ebraica) che si misureranno su un terreno dove nulla è scontato e nitido.
Pareri a confronto, dunque, posizioni anche distanti in dialogo tra loro, per tentare di affrontare un tema difficile, spinoso, cruciale: perché proprio di fronte alle questioni più ardue si rivela necessario e doveroso porsi degli interrogativi, problematizzare, riflettere più a fondo e, soprattutto, farlo insieme.
[QUI il volantino dell’iniziativa]

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2 Commenti a “Il fine della fine”

  1. Sandro scrive:

    “Plus potuit qui amplius amavit”: ha potuto di più chi ha amato di più. E’questa la sentenza con cui Gregorio Magno, nei “Dialoghi”, aveva commentato l’episodio di Santa Scolastica che in lagrime implorava San Benedetto che restasse con lei; al suo diniego, si scatenò un gran temporale che impedì al Santo monaco di rientrare per notte al suo monastero, e così l’amore della donna fu più forte dell’osservanza della regola rivendicata dal fratello.

    La vicenda di Eluana Englaro, non solo ha suscitato grandi emozioni ma ha svelato i pensieri di molti cuori. Ha svelato l’animo di un padre e di una famiglia eccezionali che, turpemente accusati di volersi liberare della figlia uccidendola, hanno continuato tenacemente a perseguire quello che ritenevano un bene per lei, custodendo e preservando fino alla fine la sua immagine di donna giovane e sorridente, mentre sarebbe bastato dare in pasto al pubblico l’atroce prova del suo disfacimento per volgere l’opinione a proprio favore. Ciò Beppino Englaro ha fatto senza seguire una scorciatoia privata, che sarebbe stata agevolissima, ma coinvolgendo la responsabilità pubblica di corti di giustizia, governi, chiese e parlamenti, perché tutto fosse chiaro e ne venisse un avvertimento di coscienza per tutti. Questo pensiero rivolto non al proprio bene, ma al bene della figlia e della stessa comunità, ha un nome, e si chiama amore.
    (Raniero La Valle – da Rocca)

  2. Sibelius scrive:

    «Aver cura della vita significa rimettere a tema il soggetto vivente, chinarsi sull’altro da noi, e anche su noi stessi, non in una accondiscendenza pietosa, o in un rispecchiamento narcisistico, ma chiedendo a noi stessi di uscire dal sonno dei sentimenti nebbiosi, per pensare alla creatura vivente nei termini di una esistenza che abbia valore in ogni istante, e raccogliere le forze intorno a quella promessa di libera espressione dell’esistenza che ciascuno di noi può essere per l’altro e anche per se stesso.
    Aver cura della vita, forse, significa anche mettere a tema la speranza di non morire. Non rimanendo “cadaveri”. Ma pensando che ogni gesto compiuto non muore: rimane, in qualche luogo, in qualche forma, scritto, inciso. Il gesto che produce il male. Ma anche quello che compie il bene. Come il chicco di grano, che, caduto in terra, se muore darà frutto. “Tutto passa”, scriveva Pavel Florenskij nel freddo delle Solovki, “ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessassimo di percepirlo. Così pure le grandi imprese, anche se tutti le avessero dimenticate, in qualche maniera rimangono e danno i loro frutti. Perciò, se anche siamo tristi perché le cose passano, abbiamo però la viva sensazione della eternità del tempo. Al passato non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo. Senza questo, la vita diventerebbe insensata e vuota”» (Gabriella Caramore).