Gente di Gemona /6

Gente_di_Gemona

RAIMONDO D’ARONCO – architetto (1857-1932)
Nacque a Gemona del Friuli il 31 agosto 1857, figlio di Girolamo (v.) e di Santa Venturini. Dopo aver frequentato con modesto impegno le scuole elementari e la locale Scuola d’Arti e Mestieri (la sua frequenza alle scuole tecniche di Gemona è attestata almeno per gli anni scoll. 1869/70 e 1870/71 assieme a Valentino Ostermann; b. 166), fu costretto dal padre, quale forma di punizione per il suo carattere ribelle, ad entrare precocemente nel mondo del lavoro. Quattordicenne, fu affidato ad un impresario edile di Graz, affinché imparasse il mestiere. Ivi egli fu iniziato al lavoro manuale ed acquisì esperienza nelle tecniche costruttive ed alcune importanti nozioni estetico-compositive. Spaventato dal peso della fatica fisica che si viveva nei cantieri edili, decise di iscriversi, sempre a Graz, alla locale scuola di Baukunst (istituto professionale di arte e costruzioni) dove certamente apprese molto. Tornato in Italia, si rifiutò di inserirsi nella ditta paterna e scelse di entrare come volontario presso il Genio Militare a Torino. Decise poi di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, contro la volontà della famiglia e cercando di mantenersi economicamente con prestazioni presso professionisti. Concluse gli studi dopo tre anni, nel 1880, ottenendo il diploma di architetto, che lo abilitava anche all’insegnamento (al quale si dedicò inizialmente anche per motivi economici). Tra il 1880 e il 1890 fu perciò a Carrara, a Cuneo, a Palermo ed infine all’Università di Messina. Nel frattempo cercava di inserirsi professionalmente nell’ambito della progettazione e nella realizzazione di opere costruttive, soprattutto pubbliche, partecipando a numerosi concorsi. Gli studi compiuti e l’abitudine all’insegnamento lo tennero in questo periodo molto legato alla tradizione artistica italiana, mentre in altri Paesi d’Europa era già in atto un profondo rinnovamento delle strutture e dei contenuti architettonici. Ad esempio, con il progetto per la Porta Tenaglia a Milano (1882) si mette in luce con una fontana monumentale dimostrando di aderire alla tradizione goticheggiante legata allo storicismo diffuso allora negli ambienti italiani. In altri lavori, come il Palazzo di Giustizia a Roma (1884) e il monumento a Vittorio Emanuele II a Gemona (1890), D’Aronco recupera invece i motivi ed il linguaggio classico di epoca rinascimentale, con inserti barocchi. Il periodo di insegnamento al Regio Istituto Tecnico di Cuneo (1885) corrisponde al momento di maggior propensione verso i modelli classici, evidente nel gusto pompeiano per la ricchezza cromatica e nell’influenza dell’arte greca classica, anche se cominciano ad apparire elementi che anticipano la successiva tendenza allo stile liberty. I progetti per il cimitero di Cividale (1889) e di Treviso (1890) rimangono ancora legati alla tradizione medioevalista, mentre l’evidente passaggio verso il moderno è segnato dal progetto per la facciata e l’atrio dell’edificio ospitante la Prima Esposizione d’Architettura a Torino (1890). In questo, che verrà realizzato in sua assenza con qualche modifica, elmenti piani e superfici colorate, intese come entità spaziali integre ed autonome, definiscono uno stile nuovo ed eclettico.
Una svolta importante nella sua vita si ebbe a partire dal 1891, quando il Sultano Abdul Hamid II chiese al Governo italiano un architetto per una consistente ristrutturazione della Corte e dell’Impero Turco. Il Nostro accettò la proposta che altri rifiutarono e nel 1892 si trasferì in Turchia, dove sentì di poter lavorare con maggiore libertà creativa e dove assorbì molti elementi della tradizione autoctona. Iniziò nel 1894 con il progetto dei Padiglioni per l’Esposizione Nazionale Ottomana; poi, dopo il disastroso terremoto che colpì quel paese, fu incaricato di sovrintendere alla ricostruzione dei principali edifici pubblici e complessi monumentali della capitale e dei luoghi di villeggiatura più frequentati dalla nobiltà. D’Aronco scelse a quel punto di abbandonare le pastoie dello storicismo, rivolgendosi ad un’integrazione equilibrata tra gli elementi architettonici della tradizione ottomana e le nuove tendenze secessioniste d’Europa.Esempi notevoli del realizzarsi di questa fusione sono l’Archivio Imperiale (1896) e il Giardino d’Inverno (1907) del Palazzo di Yildiz, che abbinano alle linee orientaleggianti spunti tratti dalle gallerie francesi in vetro e ferro, dai gazebo inglesi e dai chiostri dei palazzi secenteschi. Altre opere realizzate furono la fontana di Tophané (1896), l’edificio del Corpo di Guardia a Galata (1897), una porta monumentale nella stessa città ed il cimitero di Domokos (1898), una tomba con fontana e bibilioteca a Yildiz (1903), ecc. In quegli stessi anni elaborò anche molti progetti per ospedali, scuole e ville private, su richiesta della nobile committenza turca. Di un certo interesse architettonico è anche la residenza dell’Ambasciatore italiano a Therapia, restaurata non molti anni orsono. In tutti questi edifici si evidenzia un nuovo senso del dinamismo che prelude alle successive teorizzazioni futuriste. Continuò a lavorare anche per l’Italia: nel 1902 progettò i padiglioni per la Mostra di Arte Decorativa Moderna di Torino, dove raggiunse il momento culminante dell’esperienza floreale; l’anno successivo nel Padiglione delle Belle Arti per l’Esposizione di Udine riprese gli stessi motivi in una prospettiva che richiamava gli echi della Secessione viennese. Nel 1908, a causa del crollo dell’Impero ottomano, l’avventura turca si concluse e per D’Aronco il rientro in patria fu inevitabile. Egli lavorò allora al progetto del nuovo Palazzo Comunale di Udine, la cui realizzazione venne però prolungata nel tempo a causa di difficoltà, incomprensioni e della guerra. Nel frattempo si dedicò ad altri progetti, tra i quali la sistemazione di Piazza del Ferro e la ristrutturazione del Santuario di Sant’Antonio a Gemona, dove recuperava motivi neoclassici e tardorinascimentali. Si aggiunsero il palazzo della Banca Cattolica di Udine, le ville per i suoi fratelli a Tarcento ed Udine, alcune cappelle funebri, il Palazzo del Parlamento a Roma e molte altre progettazioni, non sempre bene accolte dalla critica del tempo. Dal 1926 al 1930 portò all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove insegnava, i motivi ed i principi tecnici del decorativismo caratteristico dell’art nouveau e della Secessione austriaca. Ottenne il titolo onorifico di Commendatore della Corona d’Italia.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone – Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

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