«Tutte le cose diritte mentono»

Referendum1946

2 giugno 1946: festa di liberazione e di democrazia. Così è stato e così vogliamo celebrarla quest’oggi. Tuttavia ad esaminare i fatti più da vicino, quella vicenda ci appare più complessa, meno lineare e scontata. Due esempi tra tutti. Si dice che fu la prima volta in cui votarono le donne. Vero, se prendiamo in considerazione l’intero paese. Ma se guardiamo alla dimensione locale, alla «microstoria», non fu così. In Carnia, durante il periodo della Repubblica libera, si tennero delle elezioni. Era il 1944 e, se rivestivano il ruolo di capofamiglia, anche le donne furono chiamate al voto per eleggere la Giunta di governo della Zona libera. Due anni prima del referendum.
Altro esempio: non tutti sanno che il 2 giugno 1946 non a tutti gli italiani fu concesso l’esercizio del voto. Gli elettori delle attuali province di Gorizia e Trieste e quelli della parte orientale della provincia di Udine non furono ammessi, e i loro candidati dovettero presentarsi in altri collegi.
La storia non procede mai in modo lineare. E forse è bene così. Perché – come scrisse Friedrich Nietzsche – «tutte le cose diritte mentono».

Tag:

2 Commenti a “«Tutte le cose diritte mentono»”

  1. Sandro Venturini scrive:

    Troppe volte noi riteniamo scontati diritti di cui godiamo che invece sono costati sangue, dolore, lotte e fatica ai nostri padri. E’ così anche per molti diritti sanciti dalla nostra carta costituzionale. E penso ad esempio a quanto statuito dall’articolo 2:

    “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

    Dobbiamo la formulazione di questo articolo all’impegno di un grande padre costituente: Giorgio La Pira. In una memorabile relazione rivolta alla Sottocommissione della Costituente di cui faceva parte, La Pira volle che proprio nel preambolo della Costituzione si facesse esplicito rimando ai diritti universali dell’uomo. La Pira infatti sosteneva il principio guida: lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato.

    Così lo stesso La Pira nella relazione alla Commissione Costituente:

    « Alcune Costituzioni recenti (Austria 1920, Lettonia 1932, Polonia 1935) mancano di tale premessa: e ne mancano per la ragione che gli essenziali e tradizionali diritti dell’uomo sono in esse considerati come il presupposto tacito ed ineliminabile di ogni Costituzione. Diverso è il caso per la nuova Costituzione italiana: essa è necessariamente legata alla dura esperienza dello stato “totalitario”, il quale non si limitò a violare questo o quel diritto fondamentale dell’uomo: negò in radice l’esistenza di diritti originari dell’uomo, anteriori allo stato: esso anzi, accogliendo la teoria dei “diritti riflessi”, fu propugnatore ed esecutore di questa tesi: – non vi sono, per l’uomo, diritti naturali ed originari; vi sono soltanto concessioni, diritti riflessi: queste “concessioni” e questi “diritti riflessi”, possono essere in qualunque momento totalmente o parzialmente ritirati, secondo il beneplacito di colui dal quale soltanto tali diritti derivano, lo Stato. »( Giorgio La Pira )

    Di queste cose non dovremo mai dimenticarci.

    Qui la relazione di La Pira(http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/relaz_proposte/I_Sottocommissione/03nc.pdf)

  2. Lodovico Copetti scrive:

    Si dice spesso che la Costituzione non è attuale, che è vecchia, che va cambiata e rivista. Si dice che non è adatta al federalismo e che per fare un vero stato federale serve una nuova Costituzione federale. Eppure l’articolo 5 della Costituzione così recita:
    “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”
    Riconoscendo che l’Italia non è uno stato federale, ma unitario e indivisibile, si affermano due principi che perseguono un modello diverso da quello dello stato centralizzato, prevalente fino alla proclamazione della Repubblica.
    Il primo è il DECENTRAMENTO AMMINISTRATIVO (oggi qualcuno la chiamerebbe devolution), in base al quale l’amministrazione pubblica è affidata ad organi periferici dello stato (come il provveditorato agli studi, l’intendenza di finanza ecc); il secondo è quello dell’AUTONOMIA, in base alla quale devono esistere enti pubblici, distinti dallo stato, che amministrano le varie parti del territorio e le popolazioni che li vi abitano (comuni, province, regioni).
    Il relatore che doveva presentare all’Assemblea Costituente l’articolo 5, Meuccio Ruini, spiegò la scelta fatta dalla Commissione dei 75 (composta tra l’altro dal friulano e cattolico Tiziano Tessitori) “…adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Facendo notare l’impossibilità da parte del Parlamento di produrre “vecchie leggi, minute, particolareggiate” in tutti i campi. Lo sviluppo della neonata Repubblica doveva portare il Parlamento ad elaborare “Leggi Cornice o leggi Quadro” che racchiudessero quei principi generali che sarebbero poi stati intergrati dal Governo (es. i decreti attuativi) e dagli altri enti e organi dello Stato (Regioni, Province).
    Davvero niente male per una Costituzione che tanti, da destra e da sinistra, definiscono oramai decrepita e non attuale.