Numeri

Numeri

Aumento del debito pubblico dello stato italiano negli ultimi 5 anni.

Data di riferimentoDebito (in €)Rapporto Debito/PIL
Luglio 20101.838.296.000.000\
20091.761.191.000.000115,80%
20081.663.637.000.000105,82%
20071.596.762.000.000103,50%
20061.575.636.000.000106,51%
20051.512.779.000.000105,83%

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9 Commenti a “Numeri”

  1. mike scrive:

    Qualcuno mi spiega com’è che nonostante stiano tagliando i finanziamenti a servizi pubblici fondamentali come la scuola, la sanità, il sociale, la spesa pubblica aumenta? Chi è che spende?

  2. Matteo scrive:

    Gli interessi sul debito esistente :-P

  3. admin scrive:

    Gli interessi sul debito sono circa 70 miliardi di euro l’anno. A luglio 2010 li abbiamo già raggiunti e superati. La Germania ha una norma costituzionale che obbliga in modo vincolante all’equilibrio di bilancio. L’Italia no, come si vede.

  4. Lodovico C. scrive:

    Le due cose che si intersecano nell’aumento del debito pubblico sono sinteticamente:
    1) gli interessi sullo stock di debito stesso,
    2) Avanzi /disavanzi di gestione ovvero avanzi o disavanzi di bilancio dell’anno in corso.
    3) nel porre sul mercato lo stock di debito bisogna tener conto di variabili quali la classificazione data da agenzie di rating che influiscono pesantemente sui tassi di interesse del debito stesso.

    In Italia, il debito pubblico viene contratto a livello nazionale dal governo centrale e a livello locale dagli organi amministrativi regionali, provinciali e comunali. Il debito pubblico nazionale viene creato principalmente mediante l’emissione di prestiti fruttiferi (con pagamento di interessi) rappresentati da titoli, in particolare obbligazioni. Storicamente, tali prestiti venivano contratti dagli stati soprattutto per raccogliere fondi destinati a condurre guerre o a finanziare opere pubbliche, cioè sostanzialmente per coprire spese straordinarie o investimenti pubblici. In epoche più recenti i governi sono ricorsi sempre più frequentemente al prestito anche per finanziare le spese ordinarie dello stato, o per cercare di migliorare le condizioni economiche combattendo la disoccupazione e la depressione; tali spese sono sempre più frequentemente in disavanzo (ossia non sono coperte da entrate), e vengono finanziate emettendo nuovi titoli, che accrescono ovviamente l’ammontare del debito.
    Tuttavia nel giudicare la situazione del debito, più che il suo ammontare assoluto, occorre considerare la capacità di una nazione di provvedere al rimborso e al servizio del debito (cioè al pagamento degli interessi); infatti i fondi occorrenti per il servizio e il rimborso devono venire prelevati da ciò che una nazione produce annualmente (cioè dal suo prodotto interno lordo o PIL) ed è quindi essenziale che si mantenga una certa proporzione fra il debito pubblico e il PIL. Tuttavia non esistono criteri fissi per stabilire tale proporzione; in effetti oggi il debito pubblico raggiunge in tutti i paesi percentuali elevate del PIL, fino a oltre il 100%, e tale situazione si può sostenere in quanto i titoli del debito pubblico hanno scadenze molto lunghe o possono venire rimborsati alla scadenza emettendo nuovi titoli, cioè contraendo nuovi debiti che sostituiscono quelli estinti; è ovvio che un simile meccanismo consente anche di trasferire di fatto l’onere del debito alle generazioni future. Più significativo, dal punto di vista economico, è osservare la relazione fra il disavanzo (o deficit) di bilancio e il PIL.
    Il disavanzo costituisce l’eccedenza delle uscite sulle entrate del bilancio di uno stato in un determinato anno, e va ovviamente tenuto distinto dal debito pubblico, che è dato dalla somma accumulata di tutti i disavanzi di bilancio che si sono verificati in passato; ovviamente esiste una relazione fra il debito pubblico e il bilancio, soprattutto in quanto gli interessi sul debito pubblico vengono a pesare sul bilancio dei singoli esercizi, per i quali rappresentano uscite, e contribuiscono quindi a creare disavanzi. Un disavanzo di bilancio pari al massimo al 3% del PIL è uno dei criteri fondamentali posti dal trattato di Maastricht per l’ammissione di un paese all’Unione monetaria europea.
    La Germania come osserva correttamente admin ha approvato una norma costituzionale che impone l’equilibrio di bilancio vietando che il debito possa esser trasferito alle nuove generazioni, ma in Italia la norma ci sarebbe e non da oggi,dal 1948. L’articolo 81 quarto comma della Costituzione dice espressamente:
    “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.”
    Che altro non è se non il principio dell’equilibrio di bilancio.
    Tale prescrizione fortemente voluta da Luigi Einaudi primo Presidente della Repubblica è stata purtroppo sin dagli anni 50 disattesa.

  5. Marco scrive:

    Il DEBITO PUBBLICO da quando è nato (1° maggio 1866 imposizione del corso forzoso) per sua natura PUÒ SOLO AUMENTARE. Mai sentito parlare di SIGNORAGGIO ?!?!

    In questo un reality dove i politici sono i principali attori tele-votati dagli Italioti (italiani-idioti ndr) è il sistema bancario a comandare (Banca d’Italia prima e BCE poi), S.p.A. in mano a privati che nel contempo stampano CARTAMONETA in proprio.

    Negli ultimi 20 sono state volutamente strangolate le finanze pubbliche, privatizzando tutto (ENI “ceduto” alla Goldaman Sachs, fondazione IRI, INA, ENEL, Telecom, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, Autostrade e Autogrill, Alitalia ecc.), annullando completamente i sacrifici imposti ai cittadini con tagli a sanità, previdenza, scuola ect.

    SVEGLIA bimbi, via dal limbo degli assonnati.. che siete tra i trofei più desiderati.

  6. Lodovico C. scrive:

    @ Marco

    Il debito pubblico italiano non è sempre aumentato, ecco un episodio lontano che dimostra quanto affermo:

    PAREGGIO DEL BILANCIO
    1871-1876

    L’esercizio finanziario del 1870 si era chiuso con un disavanzo pari a circa 90 milioni; le previsioni per il 1871 erano per un disavanzo minore grazie a una cospicua riduzione nel bilancio del Ministero della guerra. Purtroppo la guerra franco-prussiana costrinse il governo ad aumentarne nuovamente la dotazione e così il deficit previsto salì a 37 milioni, non contando il centinaio di miliardi destinato alle costruzioni ferroviarie e all’ammortamento del debito pubblico, che avrebbero dovuto essere fronteggiati con operazioni di credito.

    In quanto alla situazione del Tesoro, QUINTINO SELLA calcolava un deficit di cassa di poco inferiore a 200 milioni; non essendo praticabile la via dell’emissione di un prestito in un momento in cui la Francia faceva massiccio ricorso al mercato dei capitali, il ministro pensò di emettere carta moneta per circa 150 milioni e coprire la parte rimanente con un aumento delle imposte.
    In realtà le aliquote delle imposte dirette erano così alte che non sarebbe stato possibile spingerle più in alto senza accentuare il fenomeno di evasione che già era rilevante. L’on. Sella si arrese perciò alla richiesta della camera di non toccare le imposte dirette, accettando di ricorrere solamente alla imposizione indiretta. Con la legge del 16 giugno 1871 veniva ordinata la perequazione dell’imposta fondiaria fra la Provincia di Roma e il resto del Regno, furono aumentati i dazi d’importazione sul petrolio e sui cereali, fu modificata la tariffa consolare. Inoltre fu autorizzata l’operazione di anticipo di 150 milioni da parte della Banca Nazionale per il Regno d’Italia, operazione effettuata immediatamente, al tasso di 0,50% all’anno.
    La situazione migliorò considerevolmente ma non era tale da evitare che il governo chiedesse nuovi sacrifici ai contribuenti, in aggiunta ai 60 milioni chiesti nel corso del 1871. Quando il 12 dicembre 1871 Sella fece un esame delle condizioni della finanza del Regno, tentò di prevedere quali sarebbero stati i bisogni del Tesoro fino al 1876, tenendo conto delle entrate in atto, dell’incremento probabile del loro gettito, delle spese e del loro logico aumento, delle scadenze dei debiti di tesoro nel periodo. Il risultato era impressionante: il deficit di tesoreria ammontava a oltre 700 milioni.

    160 milioni: spese per costruzioni ferroviarie
    400 milioni: annullamento di debiti rimborsabili
    170 milioni: disavanzi previsti dei bilanci fino al 1876

    Partendo da un deficit di 70 milioni per il bilancio del 1872, Sella chiedeva nuove entrate per 30 milioni in maniera da ridurre il disavanzo del 1873 a 40 milioni. Calcolando un maggior gettito dei tributi esistenti pari a 10 milioni all’anno, il deficit del 1874 era previsto in 30 milioni, e si sarebbe ridotto negli anni successivi fino a scomparire nel bilancio di previsione del 1877. Le nuove entrate chieste dovevano derivare:

    10 milioni: da un’imposta di fabbricazione sui tessuti, in corrispondenza di un aumento del dazio di importazione (che avvantaggiava i produttori nazionali);
    10 milioni: da un aumento del dazio sul caffè e sul petrolio
    10 milioni: da un rimaneggiamento delle tasse di registro e di bollo.

    Per quanto riguarda i 560 milioni occorrenti per il debito in scadenza e per le costruzioni ferroviarie, escludendo il ricorso all’emissione di rendita, Sella prevedeva:

    1) una emissione di biglietti pari a 300 milioni nei sei anni;
    2) risparmi pari a 80 milioni da realizzare affidando il servizio di tesoreria a quattro grandi istituti di credito: Banca Nazionale, Banca Toscana, Banco di Napoli, Banco di Sicilia (il governo avrebbe evitato di dover alimentare con i fondi del Tesoro il fabbisogno delle tesorerie provinciali);
    3) di modificare la convenzione del 1870 con la Banca Nazionale sul collocamento delle obbligazioni ecclesiastiche (destinare il ricavato della vendita ad anticipazione al Tesoro contro deposito di rendita, invece di destinarlo alla diminuzione della circolazione): il governo otteneva subito la somma di 100 milioni e poteva sperare di averne un altro centinaio negli anni seguenti;
    4) di escogitare un sistema di conversione dei debiti di prossima scadenza, mediante l’intervento della Banca Nazionale;
    5) di vendere le 260 mila obbligazioni delle Ferrovie romane che erano in possesso del Tesoro a garanzia di un credito di 46 milioni, largamente coperto dal prezzo di borsa dei titoli.
    Il successore, MINGHETTI , continuò nella stessa politica di risanamento, salvo tenere un atteggiamento più prudente, convinto com’era che fosse possibile realizzare immediate economie mentre più problematico era imporre una larga riforma dell’ordinamento tributario.
    Il bilancio del 1873 si era chiuso con un disavanzo di 83 milioni nelle entrate e spese effettive e oltre 34 milioni per le nuove costruzioni ferroviarie. Il peggioramento rispetto al 1872 era da addebitare alle spese sostenute in occasione delle inondazioni del Po e alla accelerazione dei lavori di costruzione della ferrovia.
    Il bilancio del 1874, in linea con le previsioni di Sella, presentava un disavanzo di competenza di 110 milioni, comprese le costruzioni ferroviarie, elevato a 130 dalle maggiori spese. Minghetti pensava di farvi fronte con ritocchi ai vari tributi, introducendone di nuovi e perfezionando i mezzi di riscossione; il suo obiettivo era di ottenere in un tempo più o meno lungo nuove entrate per 57 milioni di lire.
    Il programma di Minghetti diede i suoi frutti: il bilancio del 1874, escludendo le spese per le ferrovie, si chiuse con un disavanzo di 13 milioni su un totale di 1090 milioni. Il traguardo del pareggio era a portata di mano: il bilancio del 1875 si chiuse con un avanzo di 14 milioni!
    Riguardo al signoraggio bisogna osservare che la sua influenza è dello 0,5 % del PIL nei paesi con bassa inflazione e molto significativo in quelli con alta inflazione, come era l’Italia 20 anni fa ad esempio quando la gestione scellerata degli anni 80 del consociativismo di tutte le forze politiche avevano creato un’autentica voragine di bilancio. Basti vedere la serie storica sull’andamento dello stesso.
    Le privatizzazioni sono ed erano necessarie per 2 basilari principi:
    1) Principio europeo della concorrenza e liberalizzazione dei mercati
    2) principi di Efficacia, efficienza ed economicità nella gestione

    Il piano di Ciampi e Prodi per entrare nell’euro non può essere definito “strangolamento delle finanze”, senza di esso oggi avremmo un’inflazione a 2 cifre.

    La Bce e la Banca d’Italia si sa che non sono proprietà dei governi o dello stato italiano. La Banca d’Italia si sa che è proprietà per il 94,33% delle banche e il rimanente di enti pubblici (INPS,INAIL…).
    Il compito della politica è governare o tentare di dare un quadro all’economia non fare la cornice.

    Quanto all’invito finale e al tono stesso dell’intervento preferirei glissare, solo una cosa vorrei sottolineare l’estrema arroganza e supponenza.
    L’ignorante non è chi non sa ma chi non sa di non sapere.

  7. mike scrive:

    … azz … credevo di aver fatto una domanda retorica …
    Grazie veramente a Marco e Lodovico, spesso l’informazione usa termini e concetti senza spiegarne il pieno significato. Forse oggi con il vostro scambio di post avete reso un servizio pubblico…. che non incide sul debito!!!

  8. Marco scrive:

    @ Lodovico C.

    lo zelo è sempre ammirevole, peccato non usarlo anche per attribuire a Nicolò Giuseppe Bellia (non credo felice del plagio) il tuo primo COPIA-INCOLLA

    http://www.signoraggio.com/bellia/bellia_ildebito.html

    o per sintetizzare il tuo secondo COPIA-INCOLLA con un semplice link

    http://cronologia.leonardo.it/storia/a1871a.htm

    Data la mia “arroganza e supponenza” NON replicherò ulteriormente

    - ne sul perché (visto che gli hai citati) l’11 luglio 1992 con Ciampi presidente del Consiglio e Prodi presidente dell’IRI passo il decreto per la privatizzazione proprio di IRI (nonché di ENI, INA ed ENEL) a favore del noto amico “del professore” De Benedetti (che acquisì il 64%)

    - ne sul perché un debito pubblico nei confronti di soggetti privati non può diminuire se sono gli stessi soggetti privati ad “amministrare” il debito

    - ne sulla differenza tra esercizio finanziario e debito pubblico di 140 ANNI FA !!

    Buona Vita

  9. Lodovico C. scrive:

    Alcune osservazioni:
    Riguardo all’accusa di plagio:
    ammetto di aver tratto le esemplificazioni dai link segnalati, mi pare ovvio e doveroso nonchè segno di umiltà ammetterlo e chiedere scusa.
    la legge 22 aprile 1941, n. 633 e successive modificazioni, il titolo 9 del codice civile e le direttive 96/9/CE e 91/250/CEE definiscono la fattispecie del plagio.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_d%27autore_italiano

    http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm

    Non mi risulta che abbia pubblicato, solamente riprodotto, sebbene il termine stia ad indicare la fattispecie prevista per le opere dell’ingegno musicale, qualche riga, nè tantomeno le abbia firmate o sancita espressamente (con la firma al termine dell’intervento) come mia la paternità di cosa altrui. Pubblicato ovvero reso pubblico su stampa o materiale digitale firmando con il mio nome completo quando detto e spacciandolo per mio in maniera esplicita, fermo restando la deprecabile e poco scusabile, lo ammetto chiedendone venia, citazione senza indicare la fonte.

    Quanto alla tendenza oramai diffusa di attaccare con toni “pesanti” si sa che rientra nella chiara “prostituzione intellettuale” di Mourinhiana memoria, nella quale chi la pensa diversamente viene attaccato a prescindere nemmeno fossimo alle liste di proscrizione.
    La verità è solo quella di fazione nulla più.
    Toni da comizio nei quali si ribaltano cose altrimenti inspiegabili attaccando o cambiando argomento o restringendolo (vedesi casi del debito pubblico e della differenza tra oggi e 136 anni fa) sono il chiaro esempio di come a detra come a sinistra non si conosca altra regola se non l’avere ragione a prescindere.
    Non basta, bisogna cercare il “prime time” o la battuta finale come l’espressione sussiegosa “buona vita”. cose che sanciscono solamente una presunta superiorità, quella si che non merita commenti.

    Andando agli argomenti,quanto alla riduzione del debito pubblico potrei fornire 4 esempi di riduzione del debito:
    Tratti dal manuale Blanchard, Macroeconomia, il Mulino, Bologna, 2001 pagg.637-39:
    Germania nel primo dopoguerra (anni 1919-1923);
    Francia nel primo dopoguerra;
    Gran Bretagna nel primo dopoguerra;
    USA nel secondo dopoguerra.

    Sul signoraggio potremmo parlare della riserva obbligatoria delle banche definita da autori quali il premio nobel per l’economia 2001 Stiglitz “Una forma particolare di signoraggio” ma mi sembra di cercare il pelo nell’uovo.

    Riguardo ad un sentiero di riduzione progressiva del debito pubblico non dei privati si badi bene, basterebbe dare un’occhiata a pag. 538 del sopramenzionato manuale per vedere cosa è stato fatto nel 1997 dal Ministro Ciampi proprio per la tanto vituperata Italia.

    La vendita dell’11 luglio 1992 rientra non nella sfera dell’economia vera e propria ma nelle relazioni di questa con la politica, vedesi il caso della vendita dell’alfa romeo alla fiat per citare un altro caso nel quale era coinvolto il prof. Prodi in qualità di Presidente dell’IRI.

    Questo paese ha bisogno di confronto pacato e di una pluralità di voci, vedere come ci sia stato un intervento (del sig Tonino apparso e poi cancellato nello spazio di una giornata) “ombra” ed i toni (mai da nessuno rilevati) del tipo italioti= italiani idioti, “SVEGLIA bimbi, via dal limbo degli assonnati.. che siete tra i trofei più desiderati” cit. sig. Marco)non sono un bell’esempio della libertà di espressione che appartiene non solo e in primis al pensiero liberale ma dovrebbe caratterizzare ogni confronto pubblico.
    Sfido a smentirmi visto che a controprova ho salvato il testo dell’intervento sopra menzionato e di quello del sig. marco sopra citato, facente fede secondo le regole dell’art. 2697 del codice civile, ovvero quale onere della prova di quanto detto.

    Ripeto e rimarco le scuse per i “copia incolla” correttamente segnalati. Comportamento non certo accettabile e scusabile ma anzi deprecabile ora e sempre del quale assumo la piena paternità ma che non ho mai e sfido a trovare una riga nella quale espressamente sancisca essere parole o scritti miei personali (ovvero dica li ho scritti io o io li ho pubblicati io) aventi per scopo la diffusione o la pubblicazione.
    Pur rimanendo un comportamento deprecabile e poco corretto del quale mi scuso.

    N.B.
    Riguardo alla libertà di pensiero cito le frasi di H. Poincarè:
    “La Pensée ne doit jamais se soumettre ni à un dogme, ni à un parti, ni à une passion, ni à un intéret, ni à une idée preconçue, ni à quoi que soit, si ce n’est aux faits eux memes, parce que, pour elle, se soumettre ce serait cesser d’etre.”