La guerra è (in)finita

Afghanistan guerra

Nel solo 2010 il numero dei soldati della forza internazionale morti in Afghanistan è di 529 [fonte: www.icasualties.org]. Dall’inizio della missione 30 gli italiani caduti. Il numero dei feriti e dei morti civili è di gran lunga superiore, ma le cifre precise sono irreperibili. Per l’Unama, la missione di assistenza delle Nazioni Unite nel paese, i civili morti in episodi collegati al conflitto sono stati 1.271 nei primi sei mesi del 2010. Secondo la commissione afghana indipendente per i diritti umani, invece, il numero di morti civili nei primi sette mesi dell’anno è stato di 1.325. Dati che definiscono incontrovertibilmente la natura della missione che il nostro Paese sta conducendo in Afghanistan. Una guerra «vera». Con «veri» morti e «veri» interessi geopolitici, economici e militari.
Se ne parlerà domani sera, mercoledì 29 settembre alle ore 20.30, presso l’aula magna dell’Ospedale di Gemona, con Alessandro Cigalotto medico del pronto soccorso del «San Michele» e ufficiale del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. Cigalotto ha partecipato come medico al seguito della missione italiana in Afghanistan. Il suo intervento, accompagnato da una presentazione fotografica, sarà un’occasione preziosa per «comprendere più a fondo i problemi e le necessità di quelle genti martoriate da un assurdo e interminabile conflitto».
[Foto: Afghanistan, relitto di un carro armato]

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2 Commenti a “La guerra è (in)finita”

  1. Lodovico C. scrive:

    Risulta abbastanza difficile spiegare come le Missioni di pace vengano affidate all’esercito. Se si vuole instaurare la pace si possono inviare si forze dell’ordine, ma soprattutto medici, ingegneri, tecnici tutto ciò che serve a “ricostruire” un paese. Ecco che una certa retorica attribuisce alle missioni in Afghanistan il nome di missioni di pace confondendo i termini inglesi “Peace keeping” (=mantenere la pace) o “Peace enforcing” (=assicurare il rispetto, il mantenimento degli accordi di pace) con quella di “Peace building” (=”costruire la pace ovvero fornire funzionari e tecnici). La differenza dal punto di vista ontologico e pratico nel campo delle relazioni internazionali è sostanziale. Se si vuole mantenere la pace significa che la pace NON c’è ancora e di conseguenza è necessario inviare le forze armate, in maniera prioritaria, il cui compito è di fare la guerra a chi non vuole che si instauri la pace, se invece ci sono tensioni (es. in kossovo) ma la pace c’è già i militari servono solo come cornice per la ricostruzione. In Afghanistan dove sono recentemente partite pure le truppe alpine dislocate nella nostra regione la missione è sotto l’egida della NATO e rispondenti al programma ISAF (International Security Assistance Force) creata nel 2001 con il compito di assicurare la sicurezza al governo di Kabul dopo la caduta del regime fondamentalista, oscurantista e medioevale dei talebani. Accanto alla missione ISAF hanno preso il via due ben distinte operazioni: una militare “Enduring freedom” e l’altra con lo scopo di ricostruire il paese dando vita ai “Provincial Reconstyruction Teams”.
    La guerra non è mai giusta ma sicuramente anche di fronte ad una guerra civile, oltre che internazionale, com’è quella afghana la situazione attuale sia da preferire a quella dell’epoca dittatoriale e fondamentalista dei talebani.
    I nostri soldati si trovano ad Herat in “stato di guerra potenziale permanente”? si certamente e come tali si sono preparati negli scorsi mesi con esercitazioni e quant’altro; è inutile dire che sono in missione di pace, bisognerebbe dire che sono la a tentare di garantire il mantenimento della pace, c’è una bella differenza.
    Non si fa la pace preparandosi alla guerra credo sia scontato ma mi chiedo il nostro paese senza gli alleati (oltre che con l’apporto della Resistenza) sarebbe mai riuscito a vivere in pace e prosperità come fa da 60 anni?
    Certo andare in paesi lontani a riportare la pace o a ricostruire il paese è inutile negarlo comporta avere degli interessi a meno che non si sia in presenza di anime belle e candide, possibile si ma poco probabile. Assieme alle truppe arrivano aziende, personale tecnico e amministrativo, si attivano canali di vendita, di forniture (civili e militari) e si consolidano o si creano relazioni internazionali che prima non c’erano. Insomma non sono missioni che costano e basta allo stato ma producono qualconsa, se ben gestite (basterebbe rileggere la in questo senso quanto denunciato dal generale della Julia Silvio Mazzaroli in kossovo nel 2000 durante il governo D’alema e che ha prodotto l’unico risultato dell’allontanamento del generale come racconta il Corriere della Sera, 16 gennaio 2004:«i militari italiani si sentono soli: gli altri hanno una politica estera, noi no», diceva il generale dalle colonne del Corriere)
    come si può leggere nel link:
    http://archiviostorico.corriere.it/2004/gennaio/16/Silurato_Mazzaroli_generale_scomodo_Veto_co_9_040116037.shtml
    Certo sarebbe bello se non ci fossero guerre e se si cercassero strumenti pacifici per evitarle o prevenirle e quant’anche risolverle. Sarebbe rendere l’articolo 11 della Costituzione operativo e universalmente valevole anche per ciò che non riguardano le relazioni internazionali del nostro paese con i paesi oggetto delle missioni (non c’è mai stata alcuna controversia tra la Bosnia, il kossovo, il libano, L’irak, il Mozambico con il nostro paese), perchè come diceva papa Pio XII nel 1939 “Tutto è perso con la guerra, niente è perduto con la pace”

  2. Col. Mike Kirby scrive:

    I miei complimenti a Lodovico per l’intervento chiaro ed equilibrato. Un esempio di commento sereno e scevro di pregiudizi (chi ha orecchiere per intendere, intenda … vero picconatore? A proposito: dove sei finito?).