Via della povertà

Povertà

Perché i poveri sono poveri e i ricchi sono ricchi? Da dove nascono le diseguaglianze economiche della nostra società, nonostante il welfare state? Quanto l’attuale crisi sta facendo divergere la «forbice» delle diseguaglianze? Cosa dovremo aspettarci per i prossimi anni? Sapremo governare i processi economici in atto? E chi lo farà? La politica o il mercato? E soprattutto, ciascuno di noi che contributo potrà dare?
Domande difficili, certo, ma che, con concretezza e un pizzico di capacità di analisi, cercheremo di affrontare lunedì prossimo 6 dicembre, alle ore 20.30 presso l’ex chiesa di San Michele, in compagnia del docente universitario ed esperto di politiche economiche Flavio Pressacco. Un piccolo contributo di riflessione sull’attualità e sul domani che «Con te Gemona», insieme con l’associazione «Agire politicamente», offre a chi vorrà partecipare. In gioco, ormai lo abbiamo capito, c’è il futuro dei nostri paesi, dell’Italia, dell’Europa e, forse, del mondo.

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2 Commenti a “Via della povertà”

  1. Sandro V. scrive:

    L’analisi di De Rita, presidente del Censis.
    “Non abbiamo spessore perché non funziona più il nostro inconscio. – spiega il presidente del Censis, confessando un po’ d’imbarazzo per un’analisi del Paese che quest’anno non parte da considerazioni di ordine economico, ma piuttosto sociale e psicologico – L’inconscio non è il posto dove si formano i sogni e l’irrazionalità, ma il luogo dove c’è una modulazione costante tra legge e desideri. Abbiamo una legge che conta sempre di meno, e un desiderio che svanisce. Il rapporto tra queste due potenze che fanno l’uomo da 3000 anni, è in crisi. La legge è in declino, dall’auctoritas che nessuno rispetta più al padre che evapora. La stessa magistratura non ha più quella logica della rappresentanza della legge. E anche la verticalizzazione del potere, la personalizzazione ha distrutto quello che rimaneva dell’autorità. Ma arretra anche il desiderio: l’offerta lo ha neutralizzato. Pensate quanti bambini giocano con giocattoli che non hanno mai desiderato.. o a un ragazzo che entra all’università e si ritrova con 3200 corsi di laurea.. “La strategia del tardo capitalismo sarà quella di moltiplicare l’offerta”, diceva Marcuse. Siccome la società non ha più desideri da coltivare, e non ha più leggi con cui scontrarsi, declina”. La soluzione? Per De Rita abbiamo “un bisogno assoluto o di rilanciare la legge, ridare senso allo Stato, alla figura paterna, alla dimensione sociale del peccato, ma anche di ridare fiato al desiderio. Solo il desiderio ti fa ripartire da te stesso, altrimenti si cade nel narcisismo. Il desiderio può in qualche modo ricomporre un’unità di noi stessi. Ma per desiderare bisogna pensare, il desiderio nasce dalla solitudine della mancanza. Mentre la mia generazione ha molto giocato sul riarmo morale, qui bisogna puntare sul riarmo mentale”, conclude il presidente del Censis.

    http://www.repubblica.it/economia/2010/12/03/news/censis_44_rapporto_embargato_a_domani_alle_10-9759842/?ref=HREC1-4

  2. Sandro V. scrive:

    Pan di sudôr, ce gran savôr…
    La ricetta della creatività non potrebbe essere più tradizionale: opporre alla grande forza “anticulturale” del consumismo, con la sua straordinaria capacità di ridurre tutto a sola “merce” (questa è la triste cjoche dal pan) la capacità di restituire alle cose e alle relazioni un nuovo sovrappiù di significato, una rinnovata qualificazione sul piano dei simboli e dei valori.
    Gian Paolo Gri

    http://www.pensemaravee.it/numeri/2010/la_cjoche_dal_pan.pdf