La politica non è tutto

«Non si può coltivare la filosofia politica senza cercare di capire quello che c’è al di là della politica, senza addentrarsi […] nella sfera del non-politico, senza stabilire i limiti fra il politico e il non-politico. La politica non è tutto». (N. Bobbio, «Elogio della mitezza»)

Buon Natale e buone feste da «Con te Gemona».

[Musica: Bill Evans, Walz for Debby]

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3 Commenti a “La politica non è tutto”

  1. S.Venturini scrive:

    La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna. 

    LETTERA ENCICLICA
    CARITAS IN VERITATE

    Un sereno Natale.

    Ovunque proteggi…

    http://www.youtube.com/watch?v=GuN1g5h7Uog&feature=related

  2. Sibelius scrive:

    Nel I secolo d. C. Seneca si complimentava con l’amico Lucilio perché viveva con gli schiavi in rapporti di familiarità: «Sono schiavi, ma condividono con te la schiavitù, se consideri che la Fortuna esercita eguali diritti su entrambi le categorie: su di te e su di loro». Idee simili a queste avevano portato i cristiani ad affermare che «Seneca saepe noster» (“Seneca spesso è uno dei nostri”, Tertulliano) e a inventare nel IV secolo uno scambio epistolare (ovviamente apocrifo) tra il filosofo e san Paolo.
    Un altro personaggio più vicino a noi, ma altrettanto al di sopra di ogni sospetto, Giacomo Leopardi, non si limitava a riconoscere che l’orrore per l’empia natura aveva spinto gli uomini a stringere «social catena», ma anche li esortava a ritenersi «tutti fra se confederati» e ad abbracciarsi «con vero amor, porgendo / valida e pronta […] aita» (La ginestra o il fiore del deserto, vv. 149, 130, 131-132). E concludeva una fra le sue più belle Operette morali con queste parole: «Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Si bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora» (Dialogo di Plotino e Porfirio).
    Non credo che l’humanitas o la carità fraterna di cui parla Benedetto XVI siano una prerogativa dei cristiani. Mi sembra piuttosto di poter essere d’accordo con Enzo Bianchi quando ritiene che «in ogni essere umano, cristiano o no, ci sia una legge, un ethos non rivelato, non scritto, non codificato, ma veramente presente ed eloquente. Se così non fosse, in cosa consisterebbe l’universalità dell’umano, che cosa accomunerebbe gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture, quale identità avrebbe “l’umano”?».
    La “differenza cristiana” – per adottare termini e concetti cari al priore di Bose – sta oltre ciò che è umano. «Partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri», scriveva nel II secolo un anonimo a Diogneto. La differenza non sta soltanto in un impegno di profondità e di lungo periodo, aperto al futuro, alle attese e alla progettualità. Non sta neppure soltanto in un compito profetico, o nella testimonianza – in ogni caso alternativa nella liquidità odierna – della possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, consolidate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco. Ma sta, per esempio, in una concreta fiducia che permette agli uomini di uscire dalla spirale dell’angoscia, in una logica altra che li aiuta a vincere la contraddizione di fondo che li lacera. Una logica che va ben oltre ogni umana fraternità.

  3. Lodovico Copetti scrive:

    “I credenti non hanno bisogno di chi instilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere una «coscienza sensibile». E vanno stimolati continuamente a pensare, a riflettere. «Dio non è cattolico», era solita esclamare Madre Teresa. «Non puoi rendere cattolico Dio», scandisce Martini. Certamente gli uomini hanno bisogno di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che vengono erette. «Ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo». Dio non si lascia addomesticare. Se questa è la prospettiva ci si può rivolgere con spirito più aperto al non credente o al seguace di un’altra religione. Con chi non crede ci si può confrontare sui fondamenti etici, che lo animano. Ed è bello camminare insieme a chi ha una fede diversa.
    «Lasciati invitare ad una preghiera con lui – suggerisce con mitezza Martini – portalo una volta ad un tuo rito. Ciò non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano. Non avere paura dell’estraneo» “.

    Cardinale Carlo Maria Martini – Arcivescovo emerito di Milano
    da Colloqui notturni a Gerusalemme.