«Bertizando et schernendo la misera nobiltà»

Bosch

Cinquecento anni fa, il 27 febbraio 1511, una violenta jacquerie sconvolse la Patria del Friuli. Guidate dall’abile e ambizioso Antonio Savorgnan, alcune migliaia di contadini e di popolani entrarono in Udine e presero le armi contro la nobiltà. Furono depredati e messi a fuoco palazzi, uccisi feudatari, «trucidati come tori», nota nel suo diario Gregorio Amaseo (1464-1541). Molti cadaveri vennero spogliati e fatti a pezzi per le strade della città. Era la festa del giovedì grasso, la «Crudel zobia grassa»: «la folla dei rivoltosi fece gran giubilo […] scorrendo di festa in festa, vestiti delli vestimenti de seta e divise de li gentilhuomini». Anche a Gemona vennero assaltate e distrutte alcune case della nobiltà castellana, con i contadini che, «brandendo accette, andarono saccomando, rovinando e bruciando».
Cosa rimane nell’oggi di quella lontana vicenda? Non certo il sangue per le strade e le teste mozzate. Lo Stato di diritto ci evita il doverci far giustizia da soli. Forse è rimasta la propensione dei potenti e dei ricchi a estendere le loro prerogative nei confronti dei deboli; la rabbia irrazionale dei diseredati della Terra che eplode all’improvviso quando le condizioni di vita risultano insostenibili e disumane; la volubilità del potere, che spodesta in un attimo anche i capi più acclamati. E infine questa storia ci può insegnare che la violenza, qualsiasi forma essa assuma, è una presenza ineliminabile dal cuore e dalla mente dell’uomo. Con cui fare i conti.

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