La scuola del pettine

Forbici-pettine

Fossero i dipendenti di un’azienda privata si sarebbero inondate le pagine dei quotidiani locali per settimane. Sono invece alle dipendenze dello stato italiano. Così non se ne parla. Negli ultimi 3 anni in Friuli-vg si sono persi oltre 2.000 posti di lavoro nel comparto scuola. Si tratta dei tagli effettuati dal governo. Decisi dal ministro Giulio Tremonti, attuati da Mariastella Gelmini. Tagli lineari, che non hanno guardato al merito, all’efficienza e ai risultati. Tagli, nonostante il settore dell’istruzione in Friuli ottenga prestazione eccellenti nelle indagini internazionali []. Tagli, nonostante l’Italia spenda meno degli altri Paesi europei per l’istruzione [].
Ora si rischia un’ulteriore batosta, nel silenzio disarmante della politica. A giorni uscirà il nuovo decreto per l’aggiornamento delle graduatorie da cui si attingono i nominativi dei docenti da immettere in ruolo e da assumere per le supplenze annuali. Secondo la bozza che sta circolando – raggiunta dopo un estenuante braccio di ferro tra le istanze del nord e quelle del sud del Paese – vi sarà la possibilità, da parte di docenti provenienti da tutta Italia, di inserirsi nelle graduatorie delle provincie friulane e di accedervi «a pettine», scavalcando i precedenti iscritti. Non sarebbe nulla di strano se non fosse che i punteggi degli insegnanti di qui sono inferiori, in media, rispetto a quelli dei loro colleghi di altre regioni, soprattutto del sud. Si sa, in Friuli non siamo di manica larga, mentre da altre parti pare sia larghissima, la manica. Così, per un’intera generazione di docenti friulani si paventa lo spettro della disoccupazione, a tutto vantaggio di insegnanti che proverranno da altre zone della penisola italica. Ciò nell’indifferenza dei politici regionali, di destra, di centro e di sinistra. Irrita poi il plauso di alcuni parlamentari dell’opposizione, Partito Democratico in testa, ancora una volta appiattiti a difesa degli interessi di parte di certe aree del Paese, non certo delle famiglie e degli studenti, incuranti del rispetto delle stesse leggi da loro approvate quando stavano al governo. Anche i nostri sindaci, che avrebbero il diritto e il dovere di difendere la continuità didattica e il valore dell’offerta formativa delle scuole dei loro territori, non sembrano toccati dalla questione. Possibile che le nostre comunità non sappiano svolgere una funzione di argine e di controllo nei confronti delle perverse logiche della politica italiana? Possibile che non impariamo a resistere al peggio che avanza?

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