Numeri

Numeri

Aliquote Irpef in Italia. Cambiamenti dal 1988 a oggi.

19881994198919982001200320052007
12%10%10%18,5%18%23%23%23%
22%22%22%26,5%24%29%33%27%
27%26%27%33,5%32%31%39%38%
34%33%34%39,5%39%39%(43%)41%
41%40%41%45,5%45%45%43%
48%45%46%
53%50%51%
58%
62%

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3 Commenti a “Numeri”

  1. Marco scrive:

    interessante notare come le fasce più povere (sotto i 4.000 euro) siano passate dal 10% del 1993 al 18% del 2001 al 23% del 2003 mentre le fasce più ricche (sopra i 150.000 euro) siano passate dal 58% del 1986 al 51% del 1993 al 45% del 2001 ed al 41% del 2005.

    Da 30 anni dei “Robin Hood al contrario” governano questo Paese !!

  2. Lodovico scrive:

    La cosa davvero interessante è che, paradossalmente, la progressività della tassazione era maggiormente garantita con le aliquote del 1988 che non con qualsiasi altra riforma degli anni successivi.
    L’ultima riforma voluta dal Governo Prodi ha segnato indubbiamente un miglioramento di quelli che sono i principi di equità e progressività che dovrebbero contraddistinguere il nostro ordinamento (come la nostra Costituzione sottolinea all’articolo 53 “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”) per i redditi medio – bassi facendo però ricadere la pesantezza del maggiore differenziale dell’aliquota d’imposta sul cosidetto “ceto medio”, quelli che compresi tra i 28.000 e i 33.000 euro circa si trovano un’aliquota di 11 punti superiore rispetto allo scaglione precedente. La palese ingiustizia e diseguaglianza si osserva analizzando il range dello scaglione (28.000 – 55.000 euro) amplissimo, rispetto agli altri precedenti e seguenti (fermo restando che oltre i 75.000 euro l’aliquota è fissa a prescindere dall’ammontare del reddito). Per rendere più chiaro quanto detto farò un semplice esempio:
    C’è abissale differenza tra chi percepisce 30.000 euro e 50.000 euro ma ricade entro il medesimo scaglione d’imposta, in quanto chi (chiamiamolo soggetto a) percepisce 30.000 euro si vede tassato nel seguente modo:
    1) sino ai 15.000 euro al 23% = 3450,00 euro
    2) sino ai 28.000 euro al 27% = 3510,00 euro
    3) per i 2000 euro rimanenti al 38% (ben 11 punti in più rispetto all’aliquota precedente!!!) = 760,00 euro
    mentre il soggetto b che percepisce 50.000 euro si trova nella seguente situazione:
    1) 23% = 3450,00
    2) 27% = 3510,00
    3) 38% sui 22.000 euro eccedenti ma che ricadono entro lo scaglione (28 – 55.000) = 8360,00 euro.
    Ora 760 euro su 2000 incidono davvero MOLTO di più di 8360 euro su 22.000, ecco quindi la vera ingiustizia, fare pagare alla c.d. classe media il peso maggiore delle aliquote in termini di equità e progressività.
    Volevo anche segnalare un articolo apparso l’11 giugno sul Corriere della Sera e, a mio avviso, davvero interessante e rilevante per quanto riguarda la tematica fiscale o afferente al mondo di Scienza delle Finanze, affrontato da una persona considerata come uno dei massimi esperti in materia (contrariamente al parere di qualche politico oggi molto in auge che nel suo libro del 2009 lo definisce quasi un vampiro, un bollito con le seguenti parole:”sulle tasse chiamavamo a intervenire Visco, che spaventa anche i più abili fiscalisti”) ovvero il professore ed ex ministro delle finanze Vincenzo Visco:
    http://giovannitaurasi.wordpress.com/2011/06/11/perche-in-italia-il-fisco-e-cosi-pesante-di-vincenzo-visco/
    così come interessante perchè “al di fuori delle solite voci” che la politica nostrana fa sentire su questi temi, sempre del professor Visco
    http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/418417/
    Concludo con una provocazione.
    Sarebbe davvero interessante oggi, alla festa democratica ad Udine, sentire se lo stesso politico (personalmente mi piacerebbe pure sapere se condivide le affermazioni che credo, con troppa leggerezza e superficialità aveva formulato allora) misurandosi sul tema: “Crisi economica / Manovra finanziaria: un’emergenza, una proposta” Un paese di fronte agli scenari internazionali e all’incapacità di proporre riforme, a partire dagli enti locali, per far dell’Italia un paese moderno che guarda al futuro” se sarà in grado di affrontare dal punto di vista fiscale non solo semplicemente dal punto di vista teorico – politico questo tema come ha saputo fare il professor Visco o ripeterà (a pappagallo direbbe mia nonna) quei 4 concettini elaborati da Stefano Fassina ma che non richiudono certo l’intera disciplina?
    Ritengo comunque sia bene ricordare una cosa: i provvedimenti che aveva pensato Visco assieme allo scomparso Padoa Schioppa sono stati prima bocciati e ora ripensati se non ripresentati dal governo Berlusconi, ultimo se non meno rilevante, tanto per fare un esempio, la proposta di pubblicazione dei redditi dei cittadini.
    Concludo con una riflessione. Chissà che non sia tremendamente vero quanto affermava, nell’800 H. Poincarè, quando sosteneva che: “La pensée ne doit jamais se soumettre, ni à un dogme, ni à un parti, ni à une passion, ni à un interet, ni à une idée preconçue, ni à quoi que se soit, si ce n’est aux faits eux memes, parce que, pour elle, se soumettre ce serait cesser d’etre.”

  3. Luca G. scrive:

    Il vero guaio è che i politici spesso si riempiono la bocca parlando di come aumentano o diminuiscono le aliquote, del fatto che sia 5 o 3.

    Le aliquote sono solo uno dei tasselli che compongono il sistema di prelievo sui redditi prodotti/percepiti da ognuno di noi. Poi ci c’è tutto il sistema delle detrazioni e deduzioni che incidono pesantemente sulla tassazione reale.

    In sintesi, chi asserisce che diminuendo il numero delle aliquote diminuisce la pressione fiscale, o che una categoria di redditi pagherà più o meno tasse, senza parlare di detrazioni e deduzioni o è un ignorante o sta dicendo il NULLA! (e questo vale sia per la maggioranza che per l’opposizione!)