Gente di Gemona

Gente di Gemona

TARCISIO MARTINA
Missionario (1887-1961)

Padre Tarcisio Martina nacque ad Ospedaletto di Gemona il 17 settembre 1887 da Antonio e Caterina Cappellari, nipote di Mons. Pietro Cappellari, e forse questo influenzò la sua scelta di dedicarsi alla vita religiosa. Dall’altro lato il padre, eroe garibaldino a Trento nel 1866, gli trasmise un forte amore di patria ed un grande coraggio. Egli entrò nel seminario dei Padri Stimmatini prima a Udine e poi a Verona, laureandosi in teologia a Roma nel 1910. L’anno successivo prese i voti e fino allo scoppio della prima guerra mondiale insegnò al Seminario di Belluno. Partecipò in prima persona alle attività belliche e fu capitano degli Arditi, rimanendo ferito due volte e meritando vari riconoscimenti. Richiamato alle armi il 30 marzo 1915 come sottotenente nel 1° Reggimento Fanteria, entrò con i suoi soldati a Cormons la notte del 24 maggio 1915. Nominato tenente nel luglio dello stesso anno, comandò il Riparto Mitragliatrici finché il 2 novembre dello stesso anno fu ferito all’avambraccio sinistro. Tornato al fronte, fu sul Carso in diverse località: dal S. Gabriele a Santa Maria e Santa Lucia di Tolmino. Qui fu nominato capitano e scelse di comandare il Reparto Arditi. Ferito ad una spalla e ad una tempia il 23 maggio 1916, fu ricoverato all’ospedale maggiore di Udine. Fu poi mandato a Tolmezzo quale giudice in quel Tribunale Militare. Durante la rotta di Caporetto fuggì a piedi fino a raggiungere il suo vecchio reggimento. Nel febbraio 1918, assieme ad altri ardimentosi, costituì nel Campo Marcon di Mestre la “Giovane Italia” e dopo breve allenamento cominciò a fare incursioni nel territorio occupato, quale Capitano Osservatore. In una di queste incursioni, per un guasto al motore del Voisin sul quale viaggiava, dovette atterrare nei pressi di Motta di Livenza assieme al tenente Lorenzetti di S. Giorgio di Nogaro e al pilota Prudenza. Dopo molte peripezie giunse a S. Stino di Livenza, dove fu aiutato dal fratello Michele, parroco, a raccogliere notizie importanti sui nemici. Quindi di notte si recò sui Maranghi (località tra Caorle e Concordia Sagittaria) aspettando nelle paludi qualche altro aviatore che lo trasportasse oltre il Piave. La sera del 23 agosto 1918, verso le ore 23, l’idrovolante pilotato dal tenente Casagrande lo ricondusse al Campo Marcon. Lì si ricongiunse ai suoi all’epoca della vittoria di Vittorio Veneto, quando con gli Arditi entrò per primo ad Alano di Piave. Fu decorato di una prima medaglia d’argento nell’azione di S. Marco (maggio 1917); fu insignito della Croce d’argento di Cavaliere del Re del Belgio dallo stesso re Alberto a Padova nel febbraio 1918.
Altra medaglia d’argento gli fu poi concessa nell’agosto 1918 per le incursioni nel campo nemico, con la seguente motivazione:

Soldato della Patria e della Chiesa, fervente dello stesso impaziente zelo di servire e l’una e l’altra, preferiva nella guerra di liberazione il fucile alla cura delle anime e dei corpi. Cuore degno dei sacerdoti martiri del Risorgimento, dopo aver riportato in tre anni di trincea due ferite e la medaglia d’argento al valore, si offriva per una audace, importantissima missione. Fra estremi pericoli e avventurose vicende, con ardimento pari all’intelligenza, riusciva a trarre in salvo sé e i compagni conseguendo notevoli risultati, di ciò solo dolente: di non aver potuto – per imprevedibili e insormontabili ostacoli – eseguire a pieno il mandato, di ciò solo smanioso: di ritentare la temeraria prova. Piave, agosto 1918.

La terza medaglia gli veniva concessa dopo l’azione di Alano nell’ottobre 1918.
Fu decorato inoltre di quattro croci di guerra.
Dal 1925 per ventisei anni svolse l’attività di missionario in Cina, dove fondò assieme ad alcuni suoi confratelli in una regione periferica una sede locale del suo ordine (Stimmatini). Là contribuì alla costruzione di scuole e di case di abitazione, di ospedali e di asili. Neppure la seconda guerra mondiale e l’occupazione giapponese bloccarono le sue numerose attività. Nel 1947 l’avvento del regime comunista lo costrinse a rifugiarsi nella capitale, Pechino, dove continuò per un periodo nel suo apostolato, essendo divenuto già da tempo Prefetto Apostolico. Quando anche la capitale fu occupata dalle truppe di Mao-Tze-Tung ed il rappresentante del Vaticano in Cina fuggì a Formosa, egli rimase al suo posto e fu l’unico rappresentante della Santa Sede nella Cina popolare. Il suo impegno nel proselitismo gli attirò l’odio del regime, che lo accusò di cospirazione. Condannato in un primo tempo all’ergastolo ed ai lavori forzati, fu liberato dopo quattro anni di prigionia. Tornò in Italia nel 1955, accolto festosamente dalla comunità gemonese con una solenne cerimonia in Duomo. Da allora esercitò la sua attività pastorale tra Veneto e Friuli fino alla morte, avvenuta a Verona l’11 novembre 1961.
A lui sono state dedicate la Scuola Materna di Ospedaletto, fino al 2001 gestita dalle Suore Francescane, ed una via che corre poco lontano.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

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