Un tribunale per ripensare la montagna

Prato carnico
[di Sandro Venturini]

Quando le ristrettezze economiche chiedono a tutti dei sacrifici, e questi riguardano anche la razionalizzazione, o meglio la chiusura, di alcuni servizi pubblici, c’è sempre qualcuno chiamato a pagare un prezzo più alto di altri. Sono solitamente quelli che hanno meno voce, meno peso politico, quelli che abitano i territori più marginali, i territori montani. In questa cornice si inserisce anche la vicenda dell’annunciata chiusura del Tribunale di Tolmezzo. Se ne parla ormai da tempo e la cosa pare inarrestabile, nonostante appelli, assemblee pubbliche, prese di posizione politiche: l’ennesimo tentativo di contenere un fiume che scende inesorabile verso valle. Dopo la riduzione degli uffici postali e delle scuole, dopo l’unione dei comuni montani, ora anche il Tribunale di Tolmezzo rischia di chiudere i battenti e di trasferirsi nella città di Udine. Visto in una logica efficientista tutto questo non fa una piega, ma letto attraverso gli occhi dei cittadini di Forni Avoltri (ma potrei citare tutti i comuni dell’alta Carnia o della Val Canale) le cose assumono un aspetto ben diverso. Pur cittadini con pari diritto (pagano l’IMU anche loro!) le opportunità loro riservate non sono certo le medesime di chi abita 80-100 chilometri più a valle. Già l’orografia e il clima non giocano dalla loro parte, se poi consideriamo le difficoltà di accesso e la restrizione dei servizi (pubblici, ma anche privati), vivere nella montagna friulana pare davvero una sfida. Per quale motivo allora queste popolazioni dovrebbero continuare a vivere in luoghi dove tutto richiede un onere maggiore, dove le occasioni, soprattutto per i giovani, sono così limitate, dove gli anziani, ormai in netta maggioranza, non hanno più nemmeno la piccola bottega del paese dove prendere il pane di giornata? Non è la chiusura dell’ennesimo servizio che sgomenta, ma è la mancanza di una prospettiva che permetta agli abitanti delle montagna di immaginare un futuro in quei luoghi. Manca una visione politica per la montagna che non si limiti al lunapark domenicale o alla seconda o terza casa, ma che affronti seriamente la questione della permanenza delle popolazioni montane nei loro paesi. L’hanno saputo fare con maestria in Sud Tirolo e in Austria: un modello che tenga insieme attività tipiche cui la montagna è vocata (la filiera del legno, la pastorizia con le produzioni lattiero-casearie, … ) con lo sviluppo della “ricettività sostenibile”; un sistema che garantisca la mobilità e l’accesso alle nuove tecnologie e nel contempo sappia valorizzare le tradizioni. Sono politiche che la nostra Regione non è stata in grado di elaborare: né il centro sinistra (il Presidente Illy pensava alla montagna solo come pista da sci), né il centro destra (nonostante per la prima volta un carnico sia alla guida della Regione).
Eppure segni positivi, a ben guardare, ci sono: recenti e approfondite indagini demografiche mostrano che nel nostro territorio montano le famiglie giovani sono in ripresa e che mediamente queste hanno più figli rispetto alle coppie che abitano in città. Le nuove attività agricole hanno recentemente avuto una lieve crescita e sempre di più i turisti cercano ambienti naturali e cibi sani e genuini.
La risposta che sa dare la politica è la chiusura dei servizi, l’ultimo in termini di tempo il Tribunale, senza nulla, proprio nulla in cambio?
[Foto: Franco Celant, flickr.com]

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