Le Olimpiadi non sono finite

Pistorius e Cardoso Oliveira (Paralimpiadi 2112)

In questi giorni (dal 31 agosto al 9 settembre) con un clamore mediatico decisamente inferiore rispetto al mese scorso, si stanno svolgendo dei Giochi Olimpici, le Paralimpiadi [1.►; 2.►]. A Londra, negli stessi impianti che hanno visto trionfare campioni come Bolt e Phelps, altri atleti si stanno sfidando per una medaglia. Solo che a gareggiare e come tutti sanno si tratta di persone con disabilità.
In Inghilterra è tornato gareggiare anche Oscar Pistorius, atleta di fama mondiale che, come noto, ha legato il suo nome alla nostra cittadina. Qual è la differenza tra la sua partecipazione a giochi del mese scorso e quella attuale? Alcuni, tra i quali Aldo Cazzullo del Corriere della Sera [], probabilmente direbbero che è tornato al suo posto e che è finita una forzatura stimolata da sponsor che muovono ingenti quantità di denaro. In realtà, la presenza dello sportivo sudafricano alle Olimpiadi ha rappresentato un esempio molto concreto e decisamente visibile di quanto espresso ormai da una decina d’anni dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale, rivedendo i criteri di classificazione della disabilità, ha stabilito che tutti gli “esseri umani” possono avere alti o bassi profili di funzionamento e che di fatto non esiste una netta linea di confine che demarca chi è definito “normale” da chi è considerato “disabile”. In sostanza tutti siamo abili in qualcosa e tutti siamo disabili in qualcos’altro.
Nel solco di questo messaggio di non discriminazione, una volta risolto il dibattito sul fatto che le sue protesi non fossero un vantaggio, Pistorius un mese fa ha corso le sue gare, competendo secondo le sue abilità con gli atleti delle altre nazioni, superandone nelle prestazioni alcuni e venendo superato da altri, così come avviene nella logica e nella prassi dello sport. Ed è stato un potentissimo messaggio di integrazione. Nessun buonismo di facciata, nessuna caritatevole compassione, nessun «poverino, ma bravo lo stesso»: si è visto un atleta come tutti gli altri che ha gareggiato e si è piazzato in una classifica.
Va dato merito all’attuale amministrazione comunale di Gemona di essere riuscita a legarsi a questo noto personaggio e all’intera nazionale sudafricana, nonostante un contratto di sponsorizzazione che può sembrare eccessivo per un Comune come il nostro (circa 150 mila euro in due anni). Tuttavia, è un altro aspetto che lascia in qualche modo perplessi dell’intera operazione. Fino a oggi, nel legame tra l’amministrazione comunale di Gemona e Pistorius – a parte una parentesi che non ha avuto alcun seguito [] – è prevalso unicamente l’aspetto sportivo. La presenza nella nostra cittadina dell’atleta sudafricano potrebbe invece rappresentare un’occasione per testimoniare la determinazione di chi “non è rimasto al proprio posto”, ma ha lanciato una sfida al concetto stesso di “normalità”. E ha vinto.
Se venisse colta questa opportunità, molto probabilmente nel territorio gemonese numerose persone tra familiari, operatori professionisti e volontari che hanno a cuore le persone con disabilità, sarebbero pronte ad attivarsi per tradurre in azioni concrete il messaggio lanciato da Pistorius a Londra lo scorso mese. E provare almeno un po’ a vincere le sfide che quotidianamente vengono lanciate al “mondo dei normali”.[ml]

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2 Commenti a “Le Olimpiadi non sono finite”

  1. Anonimo scrive:

    Qualcuno sa spiegarmi come mai Pistorius ha gareggiato sia alle olimpiadi che alle para-olimpiadi?
    Un passo avanti, verso l’annullamento delle differenze e uno indietro?

  2. Michele scrive:

    @ anonimo

    Intanto va ricordato che le paralimpiadi nascono negli anni sessanta con l’obiettivo di stimolare la pratica dell’attività sportiva nelle persone con disabilità motoria e sensoriale. Sono state e per certi verso lo sono ancora un evento parallelo alle olimpiadi vere e proprie che puntano invece a raggiungere, nelle varie discipline, l’eccellenza in assoluto (basta pensare all’atletica e alla ricerca costante del superamento di un record).
    Ora, Pistorius e pochi altri atleti prima di lui, hanno tentato di dimostrare che si possono raggiungere risultati di livello assoluto senza nessuna distinzione originata dal fatto di avere o meno una disabilità motoria.
    Il fatto che poi abbia fatto anche le paralimpiadi non è certo un passo indietro rispetto al messaggio lanciato, ma semplicemente la continuazione di un percorso partito come detto cinquanta anni fa.