Gemona: terra comune

Gemona - Mappa 1804

In tutto il Friuli esiste ancora un vasto patrimonio di beni comuni, terre spesso nascoste, lontane, non solo nello spazio. Si tratta dei “comunali”, beni di uso collettivo che hanno rappresentato fino a tutto l’Ottocento un vitale supporto di risorse e un potente fattore di radicamento identitario e territoriale, soprattutto per le masse rurali.
A Gemona si trovano in Ledis, sul Cumieli, in Bombasine, sul Cuarnan [QUI la cartina, per la quale si ringrazia il periodico locale Pense & Maravee]. Un patrimonio che alcuni gemonesi hanno recentemente pensato di salvaguardare mediante una diffida inoltrata al Sindaco e alla Regione a seguito della volontà della giunta Urbani di vendere questi terreni di proprietà dei residenti.
Quella dei “beni comuni” è una lunga storia, che affonda le radici nelle consuetudini della pre-modernità e che gli storici stanno progressivamente riportando alla luce.
In questa prospettiva, e con l’obiettivo di ridare significato all’istituto del “bene comune”, l’associazione Ostermann, d’intesa con il Coordinamento regionale delle Proprietà Collettive, il circolo locale di Legambiente e l’Ecomuseo delle Acque del Gemonese, propone una serata di conoscenza e di approfondimento dal titolo “Terre comuni”. L’incontro, che si svolgerà giovedì 16 maggio alle ore 20.30 presso l’auditorium San Michele, vedrà la partecipazione di Luca Nazzi, presidente del Coordinamento regionale, di Alma Bianchetti, docente di geografia umana all’Università di Udine e autrice dell’opera Ville friulane e beni comunali in età veneta (“Beni collettivi e comunità rurali nella storia” il titolo della sua relazione) e di Alida Londero, studiosa di storia locale (“Note sulla storia dei Comunali di Gemona”).
[QUI il volantino dell’iniziativa]

Tag: , ,

4 Commenti a “Gemona: terra comune”

  1. oRESTE scrive:

    Si tutto bello sulla carta, ma la questione degli usi civici forse dovrebbe far riflettere un momento a 360°.
    Quanti gemonesi volenterosi chiedono annualmente di poter godere del patrimonio boschivo comune? Quanti nostri concittadino vanno a tagliare e sistemare il bosco ? Oppure quanti portano il bestiame a pascolare nei beni comuni?
    Tra il dire (le idee) e il fare (la realtà) serve metterci anche il sudore, e in questo caso la mannaia (o la moderna motosega).
    Mi piacerebbe sapere quanti di quei cittadini che hanno sottoscritto la petizione, hanno utilizzato o richiesto di godere dell’uso civico in Ledis. Siamo in Italia e fevelaa alè pui facil che lavorà.
    Pretendere che i terreni restino pubblici e non curati è assurdo, ma unicamente ideologico.
    Se non ci sono richieste è inutile continuare con questo regime, visto che il diritto non viene esercitato da nessuno.
    Magari nei numeri che pubblicate potete dedicare un articoletto sui quanti utilizzano gli usi civici a Gemona.

  2. Toni scrive:

    @ oRESTE
    Il problema dello scarso utilizzo del bosco non mi pare sia legato agli usi civici. Anche nei terreni privati non vedo molte motoseghe. E lo dico a ragion veduta: sono proprietario di un bosco sopra Maniaglia e non so nemmeno dove sia esattamente, mentre mio padre mi raccontava di levatacce per portare a casa una fascina di legna prima di cominciare il lavoro nei campi.
    I tempi sono combinati e molti Gemonesi nemmeno sanno di essere proprietari, insieme a tutti i cittadini del nostro Comunei, dei boschi di Ledis. Ma la pancia piena di oggi non può farci dimenticare questo patrimonio che, vista l’aria che tira, potrebbe anche ritornare buono.

  3. oRESTE scrive:

    @TONI: condivido il ragionamento, ma sono pessimista che le generazioni attuali sappiano riprendere la gerla come i nostri nonni o genitori.
    Viviamo ormai in un altro mondo, un’altra società, altre esigenze. Le motoseghe ci sono, ma oggi tutti sono delicati e se non esiste la strada non si taglia più la legna …
    Quindi anche le norme cambiate in base ai tempi. Gli usi civici sono superati, forse bisognerebbe individuare altre forme per sensibilizzare le persone per farle godere di questi patrimoni. Ma non c’è volontà, ma solo pretese.
    Una di queste forme (la più immediata) è data sicuramente data dalla vendita dei terreni ai privati. Chi comprerà boschi o aree poste in località sperdute da Dio, le compreràa mi auguro perché interessato a godere del patrimonio silvo-pastorale, e perché no, per creare reddito per sé o per altri. Quindi ben vengano questi “pazzi” privati.

  4. A.P. scrive:

    A mio parere la questione è tutta economica.
    Esiste una possibile redditività dal corretto “sfruttamento” di questi beni collettivi?
    Se la risposta è SI nulla vieta che già oggi delle società private (penso ad esempio a delle cooperative) richiedano di poter fruire del patrimonio boschivo. A questo punto dovrebbe sorgere un comitato di gestione, regolarmente eletto da tutti i cittadini aventi titolo, che amministri questa risorsa e ne regoli l’utilizzo.
    Se la risposta è NO, come sospetto, non c’è proprietà privata che tenga, a meno ché le intenzioni di “sfruttamento” non siano diverse.
    Bisognerebbe allora capire con quali interventi (ad esempio nuova viabilità forestale) si può rendere conveniente l’utilizzo di quel patrimonio boschivo.
    Teniamo presente che in alcuni luoghi la gestione dei beni collettivi è una tradizione secolare fortemente radicata che genera reddito (anche mediante l’indotto, ad esempio il turismo) e che ha preservato il territorio da possibili speculazioni; pensiamo ad esempio alle Regole Ampezzane.
    Gemona, ovviamente, non ha il territorio di Cortina però il problema della gestione, anche economica, di questi beni non se l’è mai posta.