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Gente di Gemona

venerdì, 17 febbraio 2012

Gente di Gemona

TARCISIO MARTINA
Missionario (1887-1961)

Padre Tarcisio Martina nacque ad Ospedaletto di Gemona il 17 settembre 1887 da Antonio e Caterina Cappellari, nipote di Mons. Pietro Cappellari, e forse questo influenzò la sua scelta di dedicarsi alla vita religiosa. Dall’altro lato il padre, eroe garibaldino a Trento nel 1866, gli trasmise un forte amore di patria ed un grande coraggio. Egli entrò nel seminario dei Padri Stimmatini prima a Udine e poi a Verona, laureandosi in teologia a Roma nel 1910. L’anno successivo prese i voti e fino allo scoppio della prima guerra mondiale insegnò al Seminario di Belluno. Partecipò in prima persona alle attività belliche e fu capitano degli Arditi, rimanendo ferito due volte e meritando vari riconoscimenti. Richiamato alle armi il 30 marzo 1915 come sottotenente nel 1° Reggimento Fanteria, entrò con i suoi soldati a Cormons la notte del 24 maggio 1915. Nominato tenente nel luglio dello stesso anno, comandò il Riparto Mitragliatrici finché il 2 novembre dello stesso anno fu ferito all’avambraccio sinistro. Tornato al fronte, fu sul Carso in diverse località: dal S. Gabriele a Santa Maria e Santa Lucia di Tolmino. Qui fu nominato capitano e scelse di comandare il Reparto Arditi. Ferito ad una spalla e ad una tempia il 23 maggio 1916, fu ricoverato all’ospedale maggiore di Udine. Fu poi mandato a Tolmezzo quale giudice in quel Tribunale Militare. Durante la rotta di Caporetto fuggì a piedi fino a raggiungere il suo vecchio reggimento. Nel febbraio 1918, assieme ad altri ardimentosi, costituì nel Campo Marcon di Mestre la “Giovane Italia” e dopo breve allenamento cominciò a fare incursioni nel territorio occupato, quale Capitano Osservatore. In una di queste incursioni, per un guasto al motore del Voisin sul quale viaggiava, dovette atterrare nei pressi di Motta di Livenza assieme al tenente Lorenzetti di S. Giorgio di Nogaro e al pilota Prudenza. Dopo molte peripezie giunse a S. Stino di Livenza, dove fu aiutato dal fratello Michele, parroco, a raccogliere notizie importanti sui nemici. Quindi di notte si recò sui Maranghi (località tra Caorle e Concordia Sagittaria) aspettando nelle paludi qualche altro aviatore che lo trasportasse oltre il Piave. La sera del 23 agosto 1918, verso le ore 23, l’idrovolante pilotato dal tenente Casagrande lo ricondusse al Campo Marcon. Lì si ricongiunse ai suoi all’epoca della vittoria di Vittorio Veneto, quando con gli Arditi entrò per primo ad Alano di Piave. Fu decorato di una prima medaglia d’argento nell’azione di S. Marco (maggio 1917); fu insignito della Croce d’argento di Cavaliere del Re del Belgio dallo stesso re Alberto a Padova nel febbraio 1918.
Altra medaglia d’argento gli fu poi concessa nell’agosto 1918 per le incursioni nel campo nemico, con la seguente motivazione:

Soldato della Patria e della Chiesa, fervente dello stesso impaziente zelo di servire e l’una e l’altra, preferiva nella guerra di liberazione il fucile alla cura delle anime e dei corpi. Cuore degno dei sacerdoti martiri del Risorgimento, dopo aver riportato in tre anni di trincea due ferite e la medaglia d’argento al valore, si offriva per una audace, importantissima missione. Fra estremi pericoli e avventurose vicende, con ardimento pari all’intelligenza, riusciva a trarre in salvo sé e i compagni conseguendo notevoli risultati, di ciò solo dolente: di non aver potuto – per imprevedibili e insormontabili ostacoli – eseguire a pieno il mandato, di ciò solo smanioso: di ritentare la temeraria prova. Piave, agosto 1918.

La terza medaglia gli veniva concessa dopo l’azione di Alano nell’ottobre 1918.
Fu decorato inoltre di quattro croci di guerra.
Dal 1925 per ventisei anni svolse l’attività di missionario in Cina, dove fondò assieme ad alcuni suoi confratelli in una regione periferica una sede locale del suo ordine (Stimmatini). Là contribuì alla costruzione di scuole e di case di abitazione, di ospedali e di asili. Neppure la seconda guerra mondiale e l’occupazione giapponese bloccarono le sue numerose attività. Nel 1947 l’avvento del regime comunista lo costrinse a rifugiarsi nella capitale, Pechino, dove continuò per un periodo nel suo apostolato, essendo divenuto già da tempo Prefetto Apostolico. Quando anche la capitale fu occupata dalle truppe di Mao-Tze-Tung ed il rappresentante del Vaticano in Cina fuggì a Formosa, egli rimase al suo posto e fu l’unico rappresentante della Santa Sede nella Cina popolare. Il suo impegno nel proselitismo gli attirò l’odio del regime, che lo accusò di cospirazione. Condannato in un primo tempo all’ergastolo ed ai lavori forzati, fu liberato dopo quattro anni di prigionia. Tornò in Italia nel 1955, accolto festosamente dalla comunità gemonese con una solenne cerimonia in Duomo. Da allora esercitò la sua attività pastorale tra Veneto e Friuli fino alla morte, avvenuta a Verona l’11 novembre 1961.
A lui sono state dedicate la Scuola Materna di Ospedaletto, fino al 2001 gestita dalle Suore Francescane, ed una via che corre poco lontano.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

sabato, 21 gennaio 2012

Gente di Gemona

ICILIO SABIDUSSI
Sindaco (1891- 1948)

Nato a Gemona il 15 gennaio 1891 da Antonio e Anna Pittini, fu il primo di uina dozzina di figli. Grazie al conseguimento di una borsa di studio bandita dall’amministrazione provinciale entrò come convittore nel collegio udinese “Toppo-Wassermann” e poté frequentare l’Istituto Tecnico “A. Zanon”, dove conseguì il diploma di perito agrimensore (1908-09).
Tra il 1911 e il 1912 partecipò alla guerra di Libia col grado di sottotenente degli alpini. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu richiamato sotto le armi e promosso aiutante maggiore. Prestò servizio nella zona dell’Adamello e il 13 giugno 1917 fu colpito da una scheggia di shrapnel che perforò la guancia destra, fratturò la mandibola e uscì dal collo senza colpire parti vitali. Nonostante le lunghe cure e la convalescenza non poté riacquistare la normale funzionalità della mascella ed ebbe per tutto il resto della vita grosse difficoltà nella masticazione (il che gli causerà dapprima l’ulcera gastrica e poi un inguaribile tumore allo stomaco). Coniugatosi il 19 novembre 1919 con Orsola Baldissera, abitò in via de’ Formentini, poi al n. 44 di via di Prampero ed infine al n. 1 di via Della Stua.
Nel primo dopoguerra si dedicò all’attività professionale di geometra e si impegnò nel sociale, assumendo la carica di Presidente della sezione gemonese dell’Associazione Nazionale Combattenti. Si candidò per il Partito Popolare alle elezioni amministrative che si tennero il 24 ottobre 1920 ed entrò in consiglio comunale, divenendo assessore effettivo della giunta retta dal sindaco Antonio Stefanutti. Dopo l’improvvisa morte di questi, avvenuta nel maggio 1921, fu eletto sindaco a larga maggioranza nella seduta del 7 luglio successivo. Poco più di un mese dopo, il 21 agosto, fu insignito della croce di Cavaliere della corona e festeggiato da tutta la comunità locale. Ma la situazione politica a livello nazionale si stava deteriorando: il movimento fascista si trasformava in partito, il governo Facta non controllava più la situazione, la violenza squadrista dilagava ovunque. Durante l’intero 1922 la propaganda fascista cercò, anche a livello locale, di fare uso della stampa per screditare l’operato delle giunte popolari; nel caso di Gemona si disse che il progetto nella strade gnove, il viale che avrebbe dovuto collegare la stazione ferroviaria al centro cittadino, era improponibile, poiché nelle casse comunali non ci sarebbero stati fondi.
Dopo la marcia su Roma (ottobre 1922), l’imposizione da parte di Mussolini delle dimissioni ai ministri popolari (aprile 1923) e l’abbandono della segreteria del P.P.I. da parte di don Sturzo, divenne sempre più difficile governare le amministrazioni locali. Il 7 agosto di quell’anno, dopo insistenti “inviti” ad andarsene, si giunse all’aut-aut al sindaco da parte di alcuni rappresentanti locali del partito fascista (il segretario politico del fascio, Ermes Disetti, il capo della Milizia Ermacora, il geom. Gino Dosi e Tomaso Masini); la Giunta, convocata d’urgenza, decise di dimettersi, come consigliato anche dal Comitato Provinciale del P.P.I. In seguito, anche se per motivi diversi, complessivamente ventuno dei ventotto membri del consiglio comunale si dimisero. Il Prefetto nominò allora in data 15 agosto Commissario prefettizio per la temporanea amministrazione del Comune di Gemona il gen. comm. Antonio Caroncini.
Icilio Sabidussi da allora si tenne in disparte dalla vita politica per l’intero Ventennio, partecipando solo al direttivo dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra. Quale componente del collegio sindacale della Banca Mandamentale di Gemona (espressione delle tendenze clericali locali), fu coinvolto (e travolto) anche finanziariamente nelle vicende legate alle malversazioni del direttore Giovanni Capriz (detto Lon) e nella successiva liquidazione dell’istituto.
Ebbe l’onore di essere reintegrato nella carica di sindaco al termine della guerra. Infatti il 26 aprile 1945 ancor prima della definitiva liberazione di Gemona, avvenuta due giorni dopo, il locale Comitato di Liberazione Nazionale designò la nuova Giunta Comunale e propose lui come sindaco fino alle prime libere elezioni (che si sarebbero effettivamente tenute solo nel novembre 1946). Egli, già sofferente di salute, accettò l’incarico supponendolo di breve durata.
La situazione nell’immediato dopoguerra non era facile ed anche all’interno della Giunta non sempre c’era accordo sulle decisioni da prendere. Un problema grave sorse quando fu proposto il licenziamento generalizzato del personale femminile occupato per favorire l’inserimento lavorativo dei maschi, spesso capifamiglia disoccupati. Sabidussi dichiarò la sua opposizione ad un intervento drastico ed immediato, proponendo maggior gradualità e un esame delle situazioni caso per caso. Il 30 marzo 1946, fomentata da alcuni facinorosi, scoppiò una violenta manifestazione contro le autorità comunali e soprattutto contro il sindaco democristiano. Nella seduta comunale del 4 aprile successivo sorse un’animata discussione, che degenerò nei toni soprattutto ad opera del membro Leonardo Madile, socialista (il quale si scusò in una lettera il giorno successivo, dichiarandosi pronto anche ad un duello!). Tante amarezze, unite ad uno stato di salute che andava aggravandosi, convinsero Icilio Sabidussi a presentare le sue dimissioni da sindaco il 27 aprile 1946. Si ritirò allora a vita privata. Il 27 luglio 1948 morì.

[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

martedì, 27 dicembre 2011

Gente di Gemona

CATERINA DENTONI ved. PINTA
Benefattrice (secolo XV)

Il convento dei Padri di san Francesco dell’osservanza o della Vigna, che sorgeva nel centro di Gemona accanto alla chiesa della Beata Vergine delle Grazie, fu costruito dalle fondamenta assieme al sacro edificio per testamento di Caterina Dentoni, vedova di Biagio Pinta, vissuta nel XV secolo. In realtà la donna aveva fatto nel 1457 redigere dal notaio Giovanni fu Venerio di S. Daniele le sue ultime volontà in forma diversa. Ella stabiliva che le sue case, che sorgevano vicino ai padri conventuali (del santuario di sant’Antonio), venissero utilizzate alla sua morte per ricavarne un ospedale per malati e pellegrini, ma non si volle utilizzarle per tale scopo, in quanto a Gemona esistevano già vari altri ospedali (di S. Michele vicino al Duomo, di S. Maria dei Colli ad Ospedaletto, forse di S. Leonardo – molto vicino alle case della Pinta – e quello dei Templari sulla strada di Maniaglia). I frati dell’Osservanza, detti anche Zoccolanti (ai quali era stato fatto il lascito) non ritennero neppure di trasformare gli edifici in convento, forse perché troppo vicini ad un altro convento già esistente (quello dei Minori di S. Francesco). Allora l’erede della donna, Elena di Colloredo vedova di Pietro Cramis, affinché il legato fosse eseguito, ordinò che le case in questione fossero vendute (ed andarono a Giannantonio signore di Prampero) e col ricavato di quelle e di altri beni venisse acquistato più a nord, vicino alla porta di Villa, un terreno. Infatti a dirimere definitivamente la questione fu stilato il 20 novembre 1490 un atto, in cui si dice: Possit ipsa spectabilis Communitas Glemone intra muros tamen dicte Terre et in loco magis habili fundare et erigere Monasterium eorundem Fratrum Sancti Francisci de Observantia de pecuniis ex omnibus bonis et ereditate dicte quondam Domine Catharine Pinte redigendis et quod ita fiat atque servatur… La chiesa e l’annesso convento sorsero tra il 1490 e il 1498, probabilmente su progetto di Bartolomeo Botòn.
Liruti nel 1771 racconta che sulla sua lapide sepolcrale i religiosi vollero scrivere:

CATHARINA. BLASII. PIN
TAE. CONIUNX. OBSE
QUENTISS. HAC. AETERNA
CUBAT. DOMO, SUOQUE
DE. PARCIMONIO. TALE
EXTRUI. IUSSIT
COENOBIUM

(Caterina moglie fedelissima di Biagio Pinta riposa in questa eterna dimora; con il suo denaro fece costruire questo convento)

[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

lunedì, 28 novembre 2011

Gente di Gemona

POMPONIO AMALTEO
Pittore (1505-1588)
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Il pittore Pomponio Amalteo non è un Gemonese verace, essendo nato a Motta di Livenza nel 1505. Egli fu allievo di Dario Cerdonis detto il Pordenone, dello stile del quale fu abile ripetitore (e di cui divenne genero, sposandone la figlia Graziosa nel 1534). Il suo stile può definirsi infatti la continuazione di quello del suo maestro, al punto che per alcuni dipinti è difficile l’attribuzione ad uno dei due. Pomponio, tuttavia, non ha la forza inventiva né l’originalità del suocero, mentre appare animato da forte passionalità e da una certa facilità nel comporre e nel raggruppare le figure. Migliori, almeno secondo la critica ottocentesca, i risultati degli affreschi rispetto alle pitture ad olio. Non si deve dimenticare che egli fu noto in Friuli anche come intagliatore e architetto. Opere dovute al suo pennello sono visibili in numerosi centri delle province di Udine e Pordenone oltre che in varie località del vicino Veneto. Quindicenne, affrescò in parte la Cappella Malchiostro nel Duomo di Treviso; poco più tardi lavorò nella Sala dei Notari nel Palazzo Comunale di Belluno (opera perduta). Seguono un quadro votivo per il Duomo di S. Vito, la colossale figura di S. Cristoforo col Bambino sulla facciata della chiesa di Gleris (frazione di S. Vito) e l’affresco sulle pareti della loggia del Palazzo Comunale di Ceneda (TV). Di particolare interesse risulta il ciclo di affreschi risalenti agli anni 1535-45 della chiesa dell’Ospedale di santa Maria dei Battuti a San Vito al Tagliamento, di cui fa menzione il Vasari nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568). Di particolare pregio la parte dietro l’altare raffigurante gli apostoli, la Vergine che sale al cielo ed in altro il Padre in mezzo ad una gloria di Angeli, Sibille, Apostoli e Dottori della Chiesa. Al 1540-42 risalgono le opere a fresco della chiesa di S. Maria delle Grazie di Pordenone.
Per quanto riguarda Gemona, il pittore vi dimorò per lunghi periodi e, a partire dal 1533, vi dipinse lo spettacolare soffitto a cassettoni che stava nella chiesa di san Giovanni. Si tratta di 42 lacunari rappresentanti a mezzo busto Patriarchi, Profeti, Sibille, Apostoli, Evangelisti ed alcuni Santi, dipinti a tempera su tavola, entro tondi che si raccordano con la forma quadrata del cassettone mediante motivi ornamentali. (Si dice che modelli per questi ritratti siano stati alcuni, e soprattutto alcune Gemonesi del tempo, con i conseguenti pettegolezzi…).
Continuò a dipingere in chiese di molte località (ad esempio nel 1542 a Varmo e a Valvasone), aprendo contemporaneamente, grazie agli aiuti, più cantieri soprattutto nell’Oltretagliamento. Era ancora operante nel 1583, come risulta da un’iscrizione posta nel quadro che compare nella chiesa di Portogruaro. Morì a San Vito al Tagliamento nel 1588.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

mercoledì, 2 novembre 2011

Gente di Gemona

Francesco Dacci
Organaro (1712-1784)

La figura del veneziano Francesco Dacci (o Dazij) è indissolubilmente legata alla costruzione dell’organo del Duomo di Gemona. La nostra chiesa plebanale ne possedeva uno probabilmente già dal 1323, che fu poi rinnovato ed anche sostitutito completamente più volte. Infine, nel 1768 il vecchio strumento era in pessime condizioni ed il Minor Consiglio gemonese deliberò l’acquisto di uno nuovo, previa alienazione del precedente e con la garanzia del reperimento, anche tramite i dazii del vino, i residui attivi delle Confraternite e la raccolta di contributi di privati, della considerevole somma necessaria. Prese allora in considerazione l’offerta del Dacci, riguardante la fornitura di un organo nuovo, offerta che si concretizzò nella stesura di un contratto (in copia nell’Archivio storico della Pieve di S. Maria Assunta di Gemona): «Si obbliga il Signor Francesco Dazij fabbricatore d’Organi abbitante in Venezia di far un Organo tutto di nuovo della qualità e misura come segue:
L’organo sarà di piedi otto armonici in faciata di canne 27 di stagno soprafino.
Il restante delle canne interne sarà di piombo con libbre 20 di stagno per cento, e ciò per maggior sua durevolezza.
Li contrabbassi saranno d’albeo di piedi n° 16 armonici riquadrati di nogara all’uso dell’arte.
Ottava di contrabassi e duodecima di contrabassi saranno in tutti n° 32.
Il summiero sarà tutto di noghera tedescha, precetato collesue vidi in ogni suo posto.
Il summiero de contrabassi sarà di larise todesco, ed il restante dell’Organo, cioè tastadura, cadenazzadura, pedaliera, folli e portamento e tutto l’occorente sarà fatto tutto a perfezione. Li registri saranno come siegue […]:
Il tutto al prezzo di 650 ducati, dei quali 250 da pagarsi alla consegna e installazione dell’organo, il rimanente in tre rate annuali
».
Passarono tuttavia alcuni anni (necessari per rimpinguare le casse) prima che, il 31 dicembre 1772, il consiglio deliberasse la costruzione dello strumento. Durante il 1773 si stabilirono i dettagli dell’accordo col Dacci e tra il gennaio e il febbraio 1774 l’organo era in allestimento. L’opera fu completata, con la collaborazione del nipote Francesco junior, prima del 21 marzo di quell’anno, data a cui risale il conto a consuntivo.
L’organo fu gravemente lesionato dal terremoto del 1976 ed è stato restaurato e inaugurato con un primo concerto tenutosi il 25 settembre 2000.
Dacci aveva rifatto nel 1758 l’organo del Duomo di Udine.
Altre sue opere regione sono: l’organo per il Duomo di Marano Lagunare (1774) e quello, datato 1787, della chiesa della Ss. Trinità a Mortegliano.

[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

martedì, 4 ottobre 2011

Gente di Gemona

GIUSEPPE VALE
Erudito, storico, uomo di chiesa (1877-1950)

Monsignor Giuseppe Vale nacque a Gemona il 2 gennaio 1877. Rimase orfano di madre a sette anni. Ebbe come suo insegnante negli studi ginnasiali mons. Luigi Venturini senior. Nel 1891 entrò nel ginnasio del Seminario di Udine e fu ordinato sacerdote nel 1900, celebrando nel Duomo di Gemona la sua prima messa. Non ottenne una parrocchia, ma rimase per due anni in seminario quale prefetto disciplinare per i chierici maggiori. Divenne poi insegnante di italiano, latino e storia nel seminario di Udine. Fu inoltre canonico della Metropolitana e diresse la biblioteca arcivescovile della stessa città. Avviato fin da giovane all’interesse per gli studi storici ed archivistici da don Valentino Baldissera, fu nominato bibliotecario arcivescovile nel 1914, alla morte di don Nicolò Pojani. Durante la prima guerra mondiale cercò di salvare archivi e biblioteche dalla furia degli invasori anche mettendo a repentaglio la propria vita (comparve due volte dinanzi al tribunale militare di San Daniele in stato d’arresto). Riuscì inoltre ad impedire la requisizione delle campane di Gemona e San Daniele. Negli anni successivi riordinò il materiale bibliografico e documentario rimasto integro nella biblioteca civica di Udine, nelle collezioni private, negli archivi parrocchiali. Per le sue profonde conoscenze nei settori storico, letterario ed artistico-archeologico soprattutto in ambito locale, fu definito dal Marchetti «l’archivio vivente della storia ecclesiastica friulana». Scrisse numerosissimi opuscoli, monografie e saggi di storia e cultura locali, per un totale di circa 120 titoli. Morì il 16 maggio 1950. A lui la comunità gemonese ha intitolato negli anni Cinquanta una via.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

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martedì, 6 settembre 2011

Gente di Gemona

GIUSEPPE DI PIAZZA
Fotografo (1877-1936)

Nacque da Giovanni a Tualis, in Carnia, nel 1877, ma iniziò la sua attività di fotografo a Gemona, nel cortile dei conti di Caporiacco, in via della Cella e successivamente in vicolo del Teatro. Nel 1912 fu tra i fondatori della società Vincoli d’Arte, emanazione della locale sezione della Società Operaia. Si fece conoscere ed apprezzare anche fuori da Gemona, tanto che riuscì ad aprire delle filiali a Udine (nel 1910, in via Prefettura n.16), Palmanova e Villa Santina. Si tenne sempre aggiornato sugli sviluppi tecnici ed artistici dell’arte; a questo proposito il suo più giovane collega Italo Zannier dice di lui: «è fotografo attento alla vicenda storica e culturale della fotografia e ne segue le pubblicazioni».
Nella prima fase della prima guerra mondiale fu la moglie, Maria Cargnelutti, a condurre lo studio. Dopo la rotta di Caporetto (1917) la famiglia fuggì profuga a Montecatini ed anche lì Giuseppe aprì uno studio fotografico. Il termine della guerra segnò il ritorno a Gemona e l’apertura di un nuovo laboratorio lungo la gradinata del Mercato. Anche i figli seguirono le orme paterne: Guerrino Crapiz, figlio di primo letto della moglie, si era specializzato nella ripresa di paesaggi e vedute e collaborava con la Foto Celere di Torino, che produceva cartoline; Diego affiancò il padre nello studio di Gemona, che fornì di una moderna sala di posa. Giuseppe morì nel 1936. La comunità locale è debitrice al Di Piazza della documentazione fotografica più ricca e preziosa, sia dal punto di vista artistico che storico, su Gemona e dintorni.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell’autrice].

Gente di Gemona

lunedì, 15 agosto 2011

Gente di Gemona

GIAN GIUSEPPE LIRUTI
Storico (1689-1780)

Gian Giuseppe Liruti nacque il 28 novembre 1689 a Villafredda, in un castello vicino a Loneriacco di Tarcento. Il padre Natale era il signore del luogo, mentre la madre, Bernardina Nodari, una nobile di S. Daniele. Egli apprese i primi rudimenti delle lettere da un precettore domestico, l’abate Bartolomeo Zambelli; all’età di undici anni fu mandato a Venezia nel collegio dei Gesuiti e successivamente a Murano nelle scuole dei Somaschi. Infine seguì lezioni di giurisprudenza a Padova e nel 1708, a diciott’anni, ottenne la laura in utroque jure.
Per un paio d’anni fece pratica presso un legale di Udine; egli tuttavia non amò mai né la residenza in città né quel tipo di professione. Per questo motivo si dedicò allo studio di altre discipline quali matematica, geografia, ingegneria civile e militare, idrostatica, topografia e fisica.
Tuttavia, dopo aver letto la prima stesura dei Principii d’una scienza nuova di Gian Battista Vico ed i primi volumi dei Rerum Italicarum Scriptores di L.A. Muratori, si determinò in lui un definitivo orientamento verso gli studi storici e le ricerche erudite.
Ritiratosi a Villafredda, si dedicò alle ricerche ed alle collezioni epigrafiche, numismatiche ed archeologiche. Operò attivamente nella caccia di cimeli, alla ricerca di dati e notizie, all’esame di carte d’archivio, di cronache, di diplomi, d’iscrizioni, che poi comunicava scambievolmente con gli amici. Ben presto si accorse della gran mole di materiale storico ancora inesplorata ed essendo, d’altra parte, troppo attaccato al suo paese per allontanarsene, finì col limitare il suo interesse alla storia regionale. Il primo frutto di tale sua attività furono i due tomi degli Anecdota forojuliensia, comprendenti cronache e documenti relativi al Friuli a partire dall’invasione gotica, che non fu mai pubblicato (il manoscritto è custodito attualmente nella Biblioteca comunale di Udine).
Nel 1750 si trasferì da Villafredda a Gemona presso il convento di S. Antonio, dove per i due o tre anni successivi riordinò l’archivio e la biblioteca e trasse un gran numero d’informazioni per la fondamentale opera Notizie di Gemona, antica città del Friuli, pubblicata dopo una lunga gestazione presso Pasinelli in Venezia nel 1771 arricchita di preziose incisioni in rame.
Nel 1753, dopo la morte del fratello Andrea, fu costretto a ritornare a Villafredda per prendersi cura dei dodici nipoti; quivi visse per il resto della sua vita.
In quegli anni iniziò la pubblicazione della più voluminosa e preziosa opera Notizie delle vite e delle opere scritte dai letterati del Friuli, diviso in quattro volumi, dei quali i primi due pubblicati a Venezia tra il 1760 ed il 1762, mentre gli altri due uscirono postumi, il primo a Udine nel 1781, mentre l’altro a Venezia soltanto nel 1830.
Pubblicò inoltre, sempre a Venezia, nel 1773, l’ampio studio sulle Origini del Patriarcato di Aquileia, e nel 1776-77, a Udine, i cinque volumetti di Notizie delle cose del Friuli, scritte secondo i tempi.
Stava attendendo alla stesura di un lavoro sulle Donne illustri del Friuli, che rimase incompiuto, quando, ormai novantenne, lo colse la morte il 4 maggio 1780.
Oltre agli scritti già ricordati esistono parecchie sue dissertazioni manoscritte di minor mole. Bisogna sottolineare che la sua grande opera biografica sui letterati del Friuli, frutto di lunghissime ricerche e miniera ricchissima di dati obiettivi e di notizie bibliografiche, rimane in gran parte valida anche per lo studioso di oggi.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].