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Gente di Gemona

sabato, 9 luglio 2011

Gente di Gemona

PACE DA GEMONA
Letterato (secoli XIII-XIV)

Di Pace da Gemona, detto anche Pace d’Aquileia o del Friuli non si conoscono sicuramente né la data né il luogo di nascita: è ritenuto di Gemona in quanto risulta aver abitato a lungo nella nostra cittadina.
Dopo aver concluso gli studi universitari a Padova, dove si era dedicato alla Filosofia, sembra si fosse sposato nel 1283 con Margherita, figlia di Pellegrino Mainardi di Venzone (per questa notizia Liruti, Vite afferma di aver esaminato il contratto di matrimonio). Dopo essersi dedicato in patria all’attività di notaio, fu professore di Logica all’Università di Padova, dove fu chiamato prima del 1298 ( come risulta dal Facciolati, Fasti Gimnasii Patavini: Logicae scholam regebat Pax de Forojulio, cujus extat adhuc poema, etc.). Si sa che in quel centro frequentò pure il vivace cenacolo preumanista, sostenendo la necessità del ritorno del latino a forme classiche.
Per questi motivi l’università degli Studi di Padova gli ha dedicato in tempi recenti un’aula.
Nel 1307 risulta ancora tra i docenti dell’Università di Padova, con la qualifica di “Doctor Logicae” (notizia ancora in Facciolati, op. cit.).
Secondo alcune fonti continuò nella professione di notaio, della cui attività a Gemona si hanno testimonianze perlomeno nel periodo tra il 1300 e il 1303. Viene infatti citato dal Liruti un atto notarile rogato in Gemona nel giorno IV intrante Junio 1302, il quale si conclude con la formula “Actum Glemone ante domum in qua moratur Pax notarius subscriptus”.
Non si possiedono testi che riportino saggi o dissertazioni tenute o in ambito universitario o nel circolo pre-umanista di Padova. Qualcosa è rimasto, invece, della sua produzione in poesia.
A lui sono infatti attribuiti alcuni saggi poetici, uno dei quali (con una lunga dedica in prosa al Doge Pietro Grandenigo) è un poema elegiaco di 184 versi sulla festa ‘delle Marie’ a Venezia. Questa si svolgeva per tre giorni in febbraio e ricordava la liberazione di dodici fanciulle, tra le più belle, che erano state rapite poco prima del matrimonio da pirati del mare. Le ragazze, più tardi sostituite da statue, aprivano un corteo di barche attraversando i canali della città.
L’opera potrebbe risalire circa al 1290. Di Pace restano anche 321 versi superstiti di un poema epico-storico dedicato al Patriarca di Aquileia e che prendeva a modello l’Eneide virgiliana. Non si conosce il tempo della sua morte; si ritiene tuttavia che Pace abbia composto quel poema ampiamente celebrativo di Pagano della Torre l’anno in cui questi divenne Patriarca, fissato dagli storici al 1319. In tale data doveva essere ancora in vita.
Ecco ora, come ‘assaggio’, il passo del proemio con invocazione e dedica (come in tutti i poemi che si rispettino!):

Tu quoque Turrigena Praesul de Gente, Pagane,
Quae nota virtute probum sibi Gens Paduana
Pastorem meruit, cujus probitate coruscat
Praecipue praeclara Domus, concede favorem
Carminibus, Pater alme, tuis, vatemque sereno
Aspiciens vultu devotum suscipe PACEM;
Daque tuae bonitatis opem; qua tutior altum
Aggrediar opus, plena cum laude Deorum.

(Anche tu, o Pagano, presule della famiglia Della Torre, che la popolazione di Padova, nota per la sua virtù, si è meritata come buon pastore, della cui rettitudine riluce particolarmente la tua nobilissima famiglia, concedi favore, o amorevole Padre, ai tuoi versi e guardando con volto benevolo accogli il tuo devoto poeta, Pace. Da’ inoltre prova della tua bontà, cosicché più tranquillo io possa affrontare l’arduo lavoro, con la più ampia lode degli Dei. )

[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

lunedì, 13 giugno 2011

Gente di Gemona

ANTONIO DE’ FRANCESCHINIS
Cancelliere della Patria del Friuli e storico (secolo XV)

Antonio de’ Franceschinis (o semplicemente Franceschinis), chiamato anche Antonio Gemonese o di Gemona, in quanto la sua famiglia, passata da Firenze in Friuli con il cognome “Della Villa”, aveva stabilito da secoli la sua dimora appunto a Gemona. Egli nacque nella prima metà del XV secolo dai nobili Niccolò (o Giorgio?) e Francesca di Montegnacco, imparentati entrambi con personalità di rilievo in ambito politico e religioso.
Fu allievo tra l’altro del famoso umanista e maestro Martino di Basaldella. A conclusione degli studi fu nel 1470 incaricato dalla comunità locale di svolgere la funzione di Cancelliere, dove dimostrò perizia, prudenza, abilità diplomatiche, ecc. Per queste sue qualità fu nel 1483 dal Parlamento della Provincia eletto Cancelliere della Patria del Friuli, compito delicato e gravoso, che lo costrinse a trasferirsi a Udine, per poter sempre essere a disposizione nelle varie occorrenze pubbliche. Come segno di riconoscimento per il suo impegno, fu ascritto alla nobiltà udinese, aggiungendo anche questo titolo ai numerosi altri di cui la sua famiglia poteva già fregiarsi (accanto a numerosi possedimenti feudali). Mantenne la carica di Cancelliere fino al 1506, probabilmente per tutto il resto della vita. Ciò gli permise di consultare antiche carte e documentazioni altrove introvabili, che furono alla base dell’opera storica intitolata De Illustratione Patriae, alla cui pubblicazione venne consigliato da numerosi amici ed estimatori, tra cui il Conte di Porcia e l’umanista Giambattista Uranio. Egli fu infatti in contatto con il circolo umanistico del Friuli Occidentale (Pordenone, Sacile, Porcia). Il lavoro rimase invece allo stato di manoscritto e quando il figlio, dopo la scomparsa di Antonio, volle darlo alle stampe, ne venne dissuaso (sembra per invidia da parte di qualche altro storico che stava lavorando allo stesso argomento). Già qualche decennio più tardi dell’opera non esisteva traccia, stando alle notizie di Liruti. Invece Barozzi 1859 sostiene che una copia manoscritta è conservata nell’Archivio Capitolare di Udine (Fondo Bini).
Scrisse inoltre un Commentario delle cose del Friuli, che V. Baldissera dice introvabile, ed un De carnica Regione Illustratio, di 238 pagine, descrizione della Patria del Friuli, che lo stesso Baldissera trovò in copia alla Marciana di Venezia e di cui parla ampiamente Vale, 1934-35. Il Franceschinis stesso inviò copia dell’opera a Giovanbattista Uranio per la correzione ai fini di un’eventuale pubblicazione. E’ comunque sicuro che il De carnica Regione Descriptio ebbe una certa circolazione manoscritta, in quanto oltre alla copia di Venezia (Bibl. Marciana, lat. XIV, 46 |4704|) ne esiste una a Udine alla Biblioteca Civica (Joppi 66) ed un’altra a Rimini.
Il Franceschinis scrisse un’altra operetta sull’incursione turca in Friuli nel 1477, di cui abbiamo solo notizie di seconda mano.
Un altro lavoro in latino, ma molto diverso dai precedenti per genere, è una raccolta di facezie, di cui possediamo un frustolo mutilo nel codice Marciano lat. XIV, 201 (4255), cc. 71r-73r. Nella parte rimasta sono conservate delle facezie sul modello satirico-epigrammatico e di argomento spesso scurrile, dove sono ritratti senza pietà vizi e difetti di personaggi del tempo, udinesi, padovani o veneziani. Interessanti per la storia della cultura friulana, si inseriscono in un genere coltivato da diversi altri Umanisti, da Poggio Bracciolini ad Erasmo da Rotterdam. È possibile risalire alla consistenza originaria della raccolta ed alle sue sezioni grazie all’indice che il copista trascrive alla c. 73v. dopo l’indicazione di una data (terzo giorno dalle idi di dicembre del 1489): Acuta excogitata; Callida dicta; Accomodata responsa; Cavillationes; Proverbia; Urbanitates; Facetiae; Seria; Ridicula; Sales; Joci; Scurrilitates.

Gente di Gemona

sabato, 14 maggio 2011

Gente di Gemona

PIERINO CELETTO
Medaglia d’oro alla Resistenza (1924 – 1944)

Nacque a Gemona nel maggio del 1924 da una famiglia il cui cognome originariamente era Culetto; frequentò le scuole pubbliche, poi le scuole medie presso i Padri Stimmatini a Gemona ed il Liceo Scientifico “Marinelli” ad Udine, dal quale uscì con ottimi risultati. Si iscrisse alla facoltà di Scienze Politiche presso l’Università di Trieste e fu ben presto chiamato ad insegnare presso la Scuola Industriale di Gemona dal direttore di allora, don Domenico Copetti (pra Domeni Blanc). Amava scrivere poesie, suonava il violoncello ed aveva vasti interessi culturali, sostenuti da vivace intelligenza. Dopo l’8 settembre 1943 lasciò, assieme al fratello Luigi/Gigino, la famiglia ed entrò a far parte della formazione partigiana “Osoppo” con il soprannome Mazzini. Attraverso la forcella di Ledis i partigiani gemonesi avevano raggiunto la zona montana sovrastante Nimis e Faedis, da dove cercavano di liberare dalla presenza degli occupanti la vallata sottostante. Una battaglia decisiva si ebbe a Nimis il 30 agosto 1944 contro un gruppo armato di cosacchi, che furono messi in fuga; gli altri centri vicini furono liberati nei giorni successivi. Si formò così il Territorio Libero Orientale. I tedeschi, per contrastare questa avanzata, misero in atto un rastrellamento di grosse proporzioni: furono impegnati circa trentamila uomini, tra i quali fascisti repubblichini e tre reggimenti di cosacchi, scortati da carri armati e cannoni. Le forze furono fatte convergere da vari punti: durante la notte del 25 settembre gruppi di armati erano stati trasportati nella zona Bergogna – Caporetto per impedire ai partigiani la ritirata oltre il confine. All’alba del 26 iniziarono le operazioni: il mancato aiuto del battaglione sloveno del IX Corpus jugoslavo permise ai reparti tedeschi di riconquistare Faedis e di tagliare in due le brigate partigiane. In un primo scontro armato Pierino ebbe la gamba ferita; nonostante ciò volle assolutamente partecipare ai violenti combattimenti che seguirono. Il 29 settembre 1944, colpito da una granata, morì dissanguato nel cosiddetto Territorio Libero Orientale, sul Monte Nagrad a soli vent’anni di età. Attualmente i suoi resti riposano nel cimitero di Gemona. Alla sua memoria fu concessa la medaglia d’oro alla Resistenza (al valor partigiano) con la seguente motivazione: Giovane ventenne animato da alto amore di Patria, vivificò con il suo ardore combattivo e con una capacità organizzativa, degna di età più matura, la resistenza partigiana nel Friuli, ricoprendo incarichi di responsabilità e di comando. Impegnato con la sua formazione in duro combattimento contro preponderanti forze nemiche e seriamente ferito ad una gamba, continuò a combattere in posto e solo più tardi consentì di farsi medicare. Febbricitante e indebolito dalla perdita di sangue volle tornare dopo poche ore al combattimento, animando la resistenza dei partigiani. Colpito nuovamente e mortalmente, rifiutò ogni soccorso ed ogni speranza e chiedeva di morire sulla linea del fuoco dicendosi contento di aver operato per l’Italia e per il suo onore. La sicurezza della sua fede e la luce del suo sacrificio brillano esemplari per tuti i combattenti e per i giovani in particolar modo.
L’Università di Trieste concesse alla sua memoria la laurea honoris causa.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

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venerdì, 22 aprile 2011

Gente di Gemona

GREGORIO FIORAVANTI
Religioso (1822-1894)

La vita di Padre Gregorio Fioravanti è strettamente legata al Convento gemonese delle Suore Terziarie Francescane del Sacro Cuore. Nacque a Grotte di Castro (Viterbo) il 24 aprile 1822. Entrato a far parte dei Francescani Minori Osservanti di Orvieto nel 1838, fu consacrato sacerdote nel 1845. Si laureò in Filosofia e Teologia e fu inviato come docente a Venezia presso il convento di S. Francesco della Vigna. In quella città, grazie ai suoi meriti, fu nel 1856 per il Veneto eletto Ministro provinciale
Fu in quella veste che nel 1859 a Venezia conobbe la duchessa francese Laura Leroux di Bauffremont e la convinse a orientare la sua ansia religiosa nel sostenere la fondazione di un convento e nell’istituire un nuovo Ordine, indicandole Gemona come la sede più adatta.
La nobildonna acquistò allora l’ex-convento delle Clarisse (o della Cella) che era stato chiuso dal governo napoleonico nel 1810, lo fece ristrutturare e tra il 1860 e il 1861 lo aprì alle prime monache. Purtroppo difficoltà organizzative, economiche e di natura del tutto personale la spinsero a lasciare improvvisamente Gemona.
Fu in tale frangente che Padre Fioravanti, superando notevoli ostacoli, riuscì a portare avanti il progetto e a salvare l’edificio e l’ordine, chiedendo ovunque aiuti e prestiti e prodigandosi affinché la Casa non venisse soppressa. Favorì inoltre la fondazione di centri di missione, i primi dei quali sorsero negli Stati Uniti (1865) ed in Medio Oriente (1872). Agì con lungimiranza e saggezza anche quando chiese alle autorità competenti l’autorizzazione all’apertura di una scuola, che iniziò a funzionare nel 1877 col nome “Santa Maria degli Angeli”. L’istituto scolastico offriva alle giovani un’educazione ed un livello di istruzione apprezzabili e presto cominciò a farsi conoscere anche fuori dai confini locali. E’ evidente che questa attività, lodevole in sé, contribuì anche a rendere più sicura la ancor precaria situazione finanziaria in cui l’Ordine versava.
Padre Fioravanti trascorse gli ultimi anni a Gemona nell’ospizio del Convento S. Maria degli Angeli, Casa madre della Congregazione. Si spense nella nostra città il 23 gennaio 1894, dove riposa.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

giovedì, 10 marzo 2011

Gente di Gemona

BUJETA (o BUZETA)
Lapicida (secolo XIV)

Maestro Buzeta, abile lapicida, tra il 1334 e il 1336 eseguì il rosone centrale della facciata del Duomo di Gemona ed i due tondi laterali. Del mirabile risultato della sua attività il Marchetti scrive: «E’ opera del tutto singolare per la novità della concezione, l’incomparabile grazia del disegno e la bravura dell’esecuzione. (…) E’ un gioco di precisione tecnica e di eleganza, che non trova alcun paragone fra quanti simili rosoni si conoscono».
Non abbiamo notizie sulla sua formazione e sull’ispirazione, anche se è indubbio che quel rosone non risulta confrontabile con nessun altro prodotto in Friuli. Così si esprime a questo proposito M. Vale 1987, 41, nota 29: «Tra i tanti rosoni che ho attentamente esaminato mettendoli a confronto con il rosone di maestro Buzeta nessuno lo supera per l’essenziale eleganza, la serena bellezza e la genialità costruttiva. Solamente a S. Margherita di Gruagno, in comune di Moruzzo, si vede qualcosa di simile, con un rosone che ripropone lo schema di quello gemonese e che rafforza l’ipotesi di contatti tra quell’antica pieve e artisti della cerchia gemonese».
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell’autrice].

Gente di Gemona

venerdì, 11 febbraio 2011

Gente di Gemona

DIEGO SIMONETTI
Ammiraglio (1865-1926)

Diego Simonetti nacque a Gemona il 14 giugno 1865 dal dottor Girolamo, appartenente ad una famiglia che si era insediata nella nostra città nel XVII secolo e si era messa in luce sia nel settore imprenditoriale, sia in campo militare, ottenendo nel 1787 l’investitura nobiliare dal senato veneto.
Il palazzo dove le ultime generazioni di Simonetti vivevano (non più ricostruito e sul cui sedime sorge ora l’ala Nord della moderna sede della Banca Antonveneta) era prospiciente via Carlo Caneva, nei pressi della Piazza Nuova.
Diego, seguendo la tradizione degli avi, entrò giovanissimo nella Marina Militare. Era già Comandante nel 1901 nella campagna d’Estremo Oriente quando i nostri marinai si trovarono in Cina a combattere contro l’insurrezione dei Boxer. Partecipò anche a operazioni navali durante la guerra libica (1911-12) e quella italo-turca (1912), quando aveva raggiunto il grado di Comandante di Squadriglia. Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu nominato Capo dello Stato Maggiore dell’Armata e si mise in luce per vari episodi eroici. Fu poi comandante di un incrociatore e Contrammiraglio al comando navale in Albania, nonché organizzatore della difesa aerea di Valona. Dopo l’armistizio fu comandante in capo delle Forze dell’Alto Adriatico e delle piazzeforti marittime di Venezia e Pola. In varie occasioni ricevette decorazioni e onorificenze.
Era comandante delle forze navali italiane nel 1920 quando fu dato l’ordine di attaccare i “legionari” capeggiati da D’Annunzio che avevano occupato Fiume. I combattimenti iniziarono il 24 dicembre ed ebbero una tregua il giorno di Natale. Il 26 alle ore 16 la corazzata “Andrea Doria” si portò in posizione, a 800 metri dal porto di Fiume, e aprì il fuoco con granate da 152 contro il palazzo del “Governo provvisorio”. Fu in quell’occasione che un colpo di cannone centrò in pieno la finestra della stanza dove si trovava D’Annunzio (e rese Simonetti famoso o famigerato, a seconda dei punti di vista). Due giorni dopo, il 28 dicembre 1920, il poeta lasciava la città e la questione fu risolta, non senza qualche strascico polemico sulla presunta eccessiva durezza dell’ammiraglio gemonese nell’intervento.
Nel 1925 Simonetti, ormai sessantenne, dopo aver ottenuto unanimi consensi per la lunga e onorevole carriera, divenne comandante di tutta l’armata navale italiana. Morì a Pisa il 20 dicembre 1926.
Nonostante gli incarichi di responsabilità, non dimenticò mai la sua città natale, dove gli furono tributati i funerali più solenni che la comunità locale ricordi. In suo onore fu progettato nel 1927, e poi realizzato grazie ad una pubblica sottoscrizione, il campo sportivo che ancor oggi porta il suo nome e che sorge a monte di via del Bersaglio. Del comitato promotore facevano parte tutti i maggiorenti dell’epoca, sotto la presidenza dell’allora podestà, il dott. Liberale Celotti.
All’ammiraglio era stata anche intitolata la piazza in leggero pendio antistante il palazzo di famiglia (crollato con il terremoto del 1976). Sul sedime poggia attualmente parte delle sue fondamenta il moderno edificio sede della Banca ex-Popolare di Gemona; dal 2000 Piazzale Diego Simonetti è denominata l’ampia superficie aperta prospiciente la Casa dello studente.

Gente di Gemona

sabato, 15 gennaio 2011

Gente di Gemona

BERTRANDO DI SAINT-GENIES
Patriarca (secoli XIII-XIV)

Il 28 ottobre 1334, dopo la morte di Pagano della Torre e ben due anni e mezzo di governo provvisorio, giunse sulla Cattedra di Aquileia il francese Bertrand de Saint-Geniès. Nominato dal papa Giovanni XXII e proveniente da Avignone, egli era caorsino e dottore di decretali presso l’Università di Tolosa.
Giunto in Friuli in un momento di confusione e di debolezza del Patriarcato, manifestò un’energia straordinaria nel restaurarne l’autorità politica, nel ristabilirne l’integrità territoriale e nel domare la riottosità dei nobili locali.
Beneficò le classi più povere e le difese dai soprusi dei signori. Riorganizzò l’esercito e l’amministrazione e favorì la diffusione dell’arte e della cultura.
Per sua iniziativa divenne funzionante a Cividale quell’Università che il Patriarca Ottobono (morto nel 1315) aveva istituito sulla carta.
Egli preferì inoltre Udine come su residenza, ed è appunto in questo periodo che la città si espanse ed acquistò splendore e prestigio. Tra l’altro fu completato e riconsacrato il Duomo e fu scolpita l’arca marmorea dove il Patriarca intendeva custodire le reliquie dei protettori del Friuli, i Santi Ermacora e Fortunato (e dove invece trovò sepoltura egli stesso). Il sacro luogo fu arricchito anche con affreschi ad opera di Vitale da Bologna e seguaci.
Per quanto riguarda specificamente Gemona, fu proprio lui ad ordinare nel Consiglio del 4 giugno 1343 il completamento delle mura della seconda cinta dal Campanile della Pieve fino alla porta del Giunamo.
Una tradizione consolidata vuole che egli nel 1345 abbia fatto dono alla Pieve di S. Maria di un bel Graduale, che fino al terremoto del 1976 si conservava nel Tesoro del Duomo, con esplicita dedica (sulla cui autenticità tuttavia molti studiosi contemporanei dubitano).
In ambito politico-militare il suo fu un periodo di continui scontri, prima contro Rizzardo da Camino, poi contro il Conte di Gorizia. Nel 1348, anno del terribile terremoto e della successiva epidemia di peste, i Cividalesi si allearono col Conte di Gorizia contro il Patriarca in una guerra dalle alterne vicende, per risolvere drasticamente la quale il Comune di Cividale ed altri nobili friulani tramarono un assalto di sorpresa al vecchio patriarca che stava tornando da Sacile. Presso San Giorgio della Richinvelda, dove oggi è visibile un cippo commemorativo, il 6 giugno 1350 egli fu trucidato in un agguato ed il suo corpo fu trasportato a Udine per esporlo al pubblico ludibrio.
Il fatto provocò invece enorme commozione, tanto che la scena della sua uccisione compare in un affresco nel Duomo di Udine in un dipinto dove il suo capo è già circondato da una sorta di aureola.
Alcuni decenni più tardi, nel 1422, quando il Friuli era già caduto sotto la dominazione veneta, ad Udine (come si legge nei Registri dei Camerari del Comune) fu indetta in onore dell’antico Patriarca una festa che da allora si celebrò ogni anno.
Un’analoga iniziativa fu presa quasi un secolo dopo, nel 1518, dalla Comunità di Gemona; lo storico G. Bini conferma che nel 1732 una processione in onore del Beato aveva ancora luogo.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell'autrice].

Gente di Gemona

martedì, 21 dicembre 2010

Gente di Gemona

CARLO CANEVA
Generale (1845 – 1922)

Carlo Caneva nacque a Udine il 22 aprile 1845 da Luigi e da Caterina Giavedoni. Fu allievo dell’Accademia militare di Wiener Neustadt; entrò come graduato nell’esercito austriaco e partecipò alla guerra del 1866 in Boemia. Dopo l’annessione del Friuli all’Italia entrò nell’esercito italiano il 31 gennaio 1867 come sottotenente d’artiglieria. Ebbe numerose promozioni (capitano nel 1875, colonnello nel 1881), tanto da divenire nel 1895 capo di Stato Maggiore del VI corpo d’armata. Tra il 1896 e il 1898 prese parte in Eritrea alla campagna contro i Dervisci quale comandante del ‘Battaglione Ascari’. Nei quattro anni seguenti comandò la ‘Brigata Re’ ed ebbe poi il comando di altre divisioni. Nel settembre 1911 fu scelto per essere a capo del corpo d’armata speciale incaricato di occupare in Libia la Tripolitania e la Cirenaica. Il mese successivo caddero in mano italiana i centri di Tobruk, Tripoli, Derna, Bengasi e Homs, ma la situazione era più difficile di quanto inizialmente previsto soprattutto per il sostegno fornito dalla popolazione locale alle truppe turche. Caneva allora proclamò la legge marziale ed applicò una politica dura con perquisizioni, processi ed esecuzioni sommarie, distruzione di case e di coltivazioni. Alla fine di agosto 1912 le sue truppe estesero il dominio italiano a tutta la fascia costiera della Tripolitania, dopo di che egli fu richiamato a Roma. Nel 1914 lasciò il servizio per raggiunti limiti di età e non vi fu richiamato neppure allo scoppio della prima guerra mondiale, si dice perché il suo grado era superiore a quello di Cadorna. Il generale nel 1918 fu nominato dal presidente del Consiglio Orlando presidente della Commissione militare d’inchiesta per i fatti di Caporetto. I risultati della relazione finale, consegnata a Nitti il 24 luglio 1919, innescarono violente polemiche, in quanto discolpavano in parte i generali Cadorna e Capello, ma sorvolavano sulle responsabilità di Badoglio, più in generale del governo e in particolare delle sinistre. Carlo Caneva morì a Roma il 25 settembre 1922.
Grazie alla sua fama in campo militare aveva ottenuto nella sua lunga carriera diversi riconoscimenti ufficiali; tra questi: cavaliere di gran croce (1909), senatore del Regno d’Italia (1912), cavaliere con il conferimento del gran cordone dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia (1915).
Poco dopo la spedizione di Libia il generale soggiornò per un certo periodo a Gemona, ospite della sorella Ester. Allora (1912) la comunità locale si attivò per offrirgli un tangibile segno di riconoscimento dei suoi meriti militari. In particolare, Francesco Barazzutti quale presidente della locale Società ‘Vincoli d’Arte’ fu promotore di una raccolta pubblica di denaro per fondere in bronzo il busto del generale che lo scultore locale Giuseppe Pischiutti aveva modellato in creta. Il busto stesso, fuso in un’officina di Venezia, l’8 febbraio 1914 fu collocato sotto la loggia del Palazzo Comunale. La mensola (portante la semplice iscrizione ‘A Carlo Caneva – I Gemonesi – MCMXII’) e la lapide in marmo furono eseguiti dallo scalpellino Francesco Elia, su disegno dello stesso Pischiutti. L’opera d’arte fu distrutta nel 1942 da due bambini (rispettivamente di otto e dieci anni), i cui genitori avrebbero dovuto sostenere l’onere del rifacimento.
La comunità locale ritenne di ricordare in forma ancor più incisiva la figura e le imprese del generale dedicandogli l’arteria stradale più importante da e per il centro storico in direzione nord, quella che dalla Piazza Nuova (oggi Piazza Garibaldi) si collega a via del Bersaglio all’incrocio con le vie Zardini e Ostermann.
[Fonte: Mariolina Patat, Oms innomenâts a Glemone. Personaggi di rilievo nella storia di Gemona, Comune di Gemona, 2002, con aggiunte e correzioni dell’autrice].